Bill of rights

E’ difficile immaginare cosa sarebbe accaduto se nel giugno del 1946, la nostra neo-nominata Assemblea Costituente, avviando i lavori per la redazione della Costituzione, avesse avuto a disposizione Internet ed avesse invitato i cittadini a dire la loro sui principi, le libertà fondamentali ed i diritti irrinunciabili sui quali fondare la Repubblica italiana. Chissà, forse, oggi, avremmo sentito tutti quella Costituzione più nostra e l’avremmo difesa con maggiore determinazione dai tanti attentati, minacce e violazioni che ha subito negli ultimi decenni anche – e, anzi, forse soprattutto – da parte proprio delle Istituzioni repubblicane e di chi le ha rappresentate.

Per quanto, infatti, si possa essere altruisti e credere nel bene comune dello Stato del quale si è cittadini e per quanto si possa essere patrioti è fuor di dubbio che, in molti casi, persino la Costituzione, baluardo ultimo delle nostre più preziose garanzie democratiche, viene, spesso, vissuta come un insieme di regole etero imposte nelle quali non sempre e non tutti ci riconosciamo per davvero.

Ma questa è “fantastoria”, dato che i nostri padri costituenti non avevano Internet e non avrebbero mai potuto coinvolgere per davvero i cittadini italiani, all’indomani, peraltro, della fine della seconda guerra mondiale e mentre l’analfabetismo divideva il Paese, tagliando fuori dall’esercizio consapevole dei più elementari diritti di cittadinanza grande parte della popolazione.

Quella che, invece, è reale è l’opportunità di partecipare alla stesura della Dichiarazione dei diritti fondamentali in Internet, quella che, altrove, è già stata definita Internet bill of rights o Magna Charta dei diritti di internet.

Da oggi, infatti, la Camera dei Deputati ha posto in consultazione pubblica la prima bozza della Dichiarazione, elaborata nei mesi scorsi da una Commissione mista di parlamentari, esperti e società vivile, voluta dalla Presidente della Camera Laura Boldrini e presieduta da Stefano Rodotà.

Chiunque – ed è, probabilmente, un fatto in sé rivoluzionario – può accedere alla piattaforma e formulare le proprie proposte sul testo della Dichiarazione dei diritti che, attualmente, si snoda lungo 14 articoli che vanno dal diritto ad avere, anche on line, i diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino e a vederli rispettati, al diritto di accesso a internet quale precondizione essenziale ed irrinunciabile per l’esercizio di ogni altro diritto fondamentale, alla neutralità della Rete, passando per la tutela dei dati personali e del proprio domicilio informatico nell’era di Internet, al diritto all’identità personale, all’anonimato ed all’oblio nello spazio pubblico telematico, fino al diritto all’educazione anche e soprattutto alla cultura in digitale e poi a quello alla sicurezza delle reti e nelle reti e ai principi cui deve ispirarsi il governo di Internet.

Si tratta, per ora, solo di principi, propositi, buone intenzioni sui quali i membri della Commissione si sono trovati d’accordo nei primi mesi di lavoro e, quindi, non è detto che il contenuto della Dichiarazione – neppure nella sostanza – resti immutato e, anzi, è auspicabile che tutti – la società civile come gli addetti ai lavori, le imprese, le associazioni e, naturalmente le Istituzioni – partecipino alla consultazione pubblica, dicendo la loro, formulando proposte ed aprendo confronti e dibattiti.

Quel che conta è solo che l’Italia – un Paese che, sin qui, ha guardato alla Rete prevalentemente come ad un concorrente commerciale della tv e lo ha fatto proprio attraverso l’immagine distorta proposta dai mezzi di comunicazione di massa tradizionali – possa dare i natali ad una Dichiarazione di diritti fondamentali della Rete che i suoi cittadini, le sue imprese e le sue Istituzioni sentano davvero come loro, nella quale si riconoscano e della quale auspicabilmente si innamorino.

La dichiarazione dei diritti fondamentali in Internet – che non è una legge e non ha l’ambizione a divenirlo – poi inizierà il suo cammino verso l’Europa dove, con il contributo di tutti, potrebbe andare ad arricchire la Carta dei diritti dell’Unione Europea o la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in questo modo, diventare il riferimento democratico, solido, monolitico per tutti i Governi europei che, negli anni che verranno, si troveranno a legiferare sulle questioni della Rete, evitando i tanti grandi e piccoli abusi, violazioni ed attentati ai diritti di cittadinanza digitale che si sono consumati sin qui.

La partecipazione alla consultazione pubblica appena avviata, in questa prospettiva, è un passo importante per sentirci davvero cittadini europei anche in digitale e per fare la nostra parte – come i nostri antenati l’hanno fatta per noi – affinché i nostri figli possano vivere in un Paese più libero e democratico anche e soprattutto in quella che ne rappresenterà la dimensione e proiezione prevalente ovvero quella telematica.