“Questo vuol dire libertà – scrive Nikos Kasanzikis in Zorba il Greco – avere una passione, raccogliere monete d’oro e all’improvviso vincere la passione e gettare al vento tutto quello che possiedi”. Nessun uomo sano, nei tempi moderni fagocitati dalla globalizzazione coatta, pensa di poter vivere senza il valore materiale del denaro o di quei pezzi color cemento che affollano le nostre vite. Ma fermarsi qualche momento e ragionare sull’importanza dell’antropos piuttosto che di numeri e spread, forse è ciò che occorre a società paralizzate da deficit (culturali prima che finanziari), sempre pronte al potente di turno e incapaci di rialzare la testa e ricominciare a costruire una polis.

L’esempio sportivo interista, di un past president messo ai margini (anche da un allenatore modesto, tecnicamente e comportamentalmente) senza rispetto per il pathos dell’uomo, è in questo senso calzante e potrebbe spalancare gli occhi di molti (compresi amministratori o pseudo analisti dediti al manuale Cencelli) che non hanno ancora focalizzato un passaggio essenziale. La storia ci aiuta nel ricordare che al centro di un’agorà che produce società, comunità, polis e imperi ci deve essere l’antropos. Con i suoi difetti, le sue imprecisioni, le sue debolezze, ma al contempo con i suoi scatti di entusiasmo, la volontà di mettere in discussione la propria tasca. Con tutte le debite proporzioni, è quello che è capitato all’Italia del dopoguerra con i piccoli artigiani che, rischiando in proprio, hanno rifatto l’Italia.

Thohir

Il modus operandi da “troika” non è scientificamente applicabile all’antropos, semplicemente perché, pur consapevoli che i numeri vanno rispettati e che se si spende più di quello che si incassa si fallisce, l’uomo non è un essere speculare ad un numero. A maggior ragione in un calcio dove è la passione dei tifosi a riempire gli stadi e a far crescere gli abbonamenti alle pay tv. Per cui un magnate che fino ad oggi non ha messo sul tavolo una lira propria pur acquisendo il 70% dei cammelli nerazzurri, deve capire che la passione di chi nell’anima sarà sempre il presidente va rispettata. E dopo, ovviamente, anche confrontata e/o confutata con ciò che la quotidiana amministrazione societaria impone.

Ma senza quel piglio da “troika”, con forbici gelidamente in mano e senza guardare in faccia i dipendenti che si sceglie di licenziare come fatto dall’indonesiano. Perché così si continuerebbe con l’ignorare che la polis e i mercati le hanno fatte gli uomini imperfetti. E non il contrario.

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