Ieri il sindaco di Roma Ignazio Marino ha trascritto le nozze contratte all’estero di 16 coppie gay e lesbicheE’ un atto altamente simbolico che difende, come lo stesso Marino ha precisato, il diritto all’amore, e dunque il diritto di vedersi riconosciuta la propria unione indipendentemente dall’orientamento sessuale. 

Ovviamente, non sono mancate le polemiche. I titoli dei giornali sono a tal riguardo estremamente eloquenti: l’ira dei vescovi (chissà poi perché una religione fondata sull’amore, la tenerezza e l’apertura verso il prossimo si esprima sempre più spesso, in politica, con l’ira e l’odio!), gli unici a prendere una posizione netta sul tema. Una “presunzione inaccettabile“, dicono. E al Sinodo delle famiglie rigettano le aperture sulle unioni tra persone dello stesso sesso.

Sarà pure una presunzione, ma io nelle foto della cerimonia in Campidoglio ho visto soltanto sorrisi, gioia, felicità e amore. Ho visto anche coppie dello stesso sesso con i loro figli, accolti con un’affermazione di piena cittadinanza da parte del loro sindaco.

Ho già spiegato in un mio post precedente perché l’azione dei sindaci (Milano, Napoli, Bologna, solo per menzionare le città più grandi) in materia di trascrizione di matrimoni tra persone dello stesso sesso è perfettamente legale. Gay e lesbiche godono infatti di diritti fondamentali, tra cui il diritto al rispetto della loro vita familiare, affermato più volte sia dalla Corte europea dei diritti umani, sia dai nostri tribunali e persino dalla Corte di Cassazione.

Se tale diritto ha un significato, esso consiste nella possibilità di vedersi riconosciuta l’unione contratta all’estero. Ripeto: non significa che tali coppie risultino sposate in Italia, ma soltanto che l’Italia riconosce che esse sono sposate all’estero. Cosa vi sia di illegale in tutto ciò, è francamente un mistero. 

Il vero paradosso di tutta questa vicenda è che il ministro Angelino Alfano si è nuovamente messo in mezzo, dichiarando che quelle trascrizioni sarebbero solo “autografi“, dunque invalidi. Il governo (Matteo Renzi, se ci sei batti un colpo!), che finora in materia ha prodotto solo tanti slogan e niente fatti e il cui unico portavoce sul tema sembra essere solo Alfano, pare lamentarsi perché i sindaci si ribellano. Si ribellano a che cosa, esattamente? A un governo assente, a un Parlamento silente e a una classe politica incapace. Quella di Alfano e del Prefetto di Roma rappresenta l’ingenuità di chi ritiene di potersi sottrarre ai propri doveri costituzionali senza pagarne il prezzo, senza che qualcun altro poi assuma l’iniziativa. 

Se c’è una cosa che l’esperienza delle trascrizioni insegna è che la società non si ferma di fronte all’inerzia della classe politica, ma reclama ciò che le spetta direttamente dal basso. Anche all’estero se ne sono accorti. Non dalla classe politica, non da un genuino dibattito, ma dalle autorità locali, con un atto dirompente e mediatico, viene un decisivo segnale, tutto politico, di richiesta di tutela.

Non è necessario emigrare per realizzare che la premessa di tutto questo – non mi stancherò mai di ripeterlo – è la vergognosa, scandalosa e recidiva ignoranza della classe politica in tema di orientamento sessuale. Ben vengano, allora, iniziative come quella dei sindaci.

Ci fanno capire che l’Italia, per fortuna, non è solo Alfano, Formigoni e Giovanardi.