Visto? Avevamo ragione noi, era davvero un traditore”. I talebani grillini, forse, non sono mai stati così contenti come due giorni fa, quando l’ex senatore 5 Stelle Orellana ha salvato il governo Renzi sul voto relativo al Def per lo spostamento del pareggio di bilancio al 2017.

Il suo parere favorevole si è rivelato decisivo e ciò lo ha reso “lo Scilipoti grillino” molto più di altri transfughi: dalla Gambaro alla De Pin, tutte più o meno folgorate sulla via del renzismo. Gli integralisti 5 Stelle hanno ora buon gioco a dire, anzi urlare, che “noi lo avevamo detto” e che “Grillo ha sempre ragione”. Orellana si è difeso pietosamente: prima ha detto che non sapeva che il suo voto si sarebbe rivelato decisivo, poi ha dato la colpa alla Lega che non si è opposta come doveva. Infine ha ripetuto ovunque, anzitutto in tivù, che lui è “una persona libera e non devo rendere conto a nessuno a differenza di altri”: evidentemente ha già dimenticato la promessa di dimettersi da senatore, come garantiva solennemente dopo l’espulsione. 

Per larga parte dell’informazione, ovviamente, la cosa grave non è che un parlamentare sputi sul mandato con gli elettori, ma che gli elettori e gli ex colleghi si arrabbino con lui (spesso con toni irricevibili). A Orellana, che cita l’art.67 della Costituzione e l’assenza del vincolo di mandato, andrebbe ricordato che lui deve eccome “rendere conto” a qualcuno. Non a Grillo, non a Casaleggio e neanche a Di Battista, ma a chi ha permesso a un emerito signor nessuno di sedere su quegli scranni: se gli elettori 5 Stelle avessero saputo che Orellana sarebbe diventato quasi un Razzi 2.0, avrebbero concesso l’appoggio ad altri. C’è poi un altro particolare, che pare conferire al voto renziano di Orellana le fattezze dello scambio di favori. Proprio mercoledì Orellana sarebbe dovuto diventare Presidente della delegazione parlamentare Ince, l’Iniziativa Centro Europea. La delegazione, di cui Orellana fa parte, consta di quattro deputati e tre senatori. Con lui ci sono tre piddini (Sonego, Blazina, Ginefra), due berluscones (Scoma, Polidori) e Maran (SCpl). Orellana, ora nel Gruppo Misto “Italia Lavori in Corso” (sic), verrà probabilmente eletto la prossima settimana o quella successiva. L’investitura è stata ritardata proprio dopo il voto di mercoledì, sperando che nel frattempo le polemiche scemino. Solo il presidente della delegazione può viaggiare e rappresentare l’Italia in uno dei 18 Paesi Ince (tra cui Rep. Ceca e Ungheria).

Un incarico di prestigio, che verrà letto dall’elettorato 5 Stelle come un chiaro do ut des. Gli attacchi, oltre a Orellana, hanno travolto anche chi ha osato ritenere in questi mesi che  il dialogo con il Pd fosse qua e là possibile. E che, dunque, Orellana non avesse sempre torto a prescindere. Così anche questo giornale è stato (legittimamente) sbertucciato, tanto dai duropuristi quanto dai siti di Casaleggio. Strana coincidenza: prima delle elezioni europee quasi ogni intervento del Fatto veniva celebrato come raro esempio di giornalismo libero; poi, dopo le critiche all’accordo con Farage, che peraltro ha portato a un gruppo parlamentare solidissimo (si è sfaldato ieri), anche il Fatto è diventato pennivendolo o giù di lì. Tutti sbagliano ed è verosimile che alcuni – compreso il sottoscritto – abbiano in qualche modo sopravvalutato Orellana, che non sembrava Churchill ma neanche l’ultimo dei Favia. Del resto fu proprio il M5S a candidare Orellana, e non altri, come Presidente del Senato: forse lo hanno sopravvalutato anche loro. Non si finisce mai di collezionare delusioni.

Al tempo stesso, ai duropuristi e a Grillo-Casaleggio andrebbero garbatamente fatte notare alcune cose. La prima è che nessuno è infallibile, né i giornalisti né gli integralisti. La seconda è che gli Orellana li hanno candidati loro e non noi: se in un anno e mezzo il M5S ha perso decine di senatori tra espulsioni e defezioni, qualche problema di selezione della classe politica esiste (o perlomeno esisteva nel febbraio 2013). Infine, se gli Orellana sono stati bastonati ogni volta che hanno osato dissentire, è poi bizzarro aspettarsi da loro fedeltà, ancor più quando non fanno neanche più parte del Movimento. Fermo restando la sostanziale indifendibilità del soggetto, è la solita storia dell’uovo e della gallina: chi è venuto prima, il duropurismo talebano o il trasformismo interessato?

il Fatto Quotidiano, 17 Ottobre 2014