Il Sinodo ha svoltato. Resa pubblica ieri, la Relazione conclusiva del dibattito generale ad opera del cardinale ungherese Peter Erdo rivela un balzo in avanti inaspettato in direzione e in appoggio della linea riformista di papa Francesco. Si sapeva che c’erano due poli – quello dei frenatori e quello degli aperturisti – ma in assenza dei resoconti nominativi degli interventi in aula non era direttamente verificabile la reale consistenza dell’ala riformista.

Stile, sostanza e terminologia della relazione – specchio veritiero del dibattito – mostrano invece, senza ombra di dubbio, che si sta aprendo una pagina totalmente nuova nel modo di rapportarsi della Chiesa ai fedeli divorziati e risposati, alle convivenze, ai matrimoni celebrati in municipio, alle unioni civili, alle coppie gay.

Soprattutto in tema di omosessualità la maggioranza sinodale detta un approccio radicalmente innovativo. Mai, veramente mai, si era letto in un documento ufficiale prodotto dalla gerarchia ecclesiastica una frase del genere: “Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana”. Seguito da una domanda rivolta ai vescovi di tutto il mondo: “Siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità?”. Mai vi era stato un riconoscimento diretto del valore stesso della coppia omosessuale come si riscontra in un altro brano: “Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners”. 

In conferenza stampa il vescovo Bruno Forte, segretario speciale del Sinodo, commenta, entrando nel vivo di quella legge che l’Italia attende da oltre dieci anni: “Mi sembra evidente che le persone umane coinvolte nelle diverse esperienze hanno dei diritti che debbono essere tutelati e codificati. È una questione di civiltà”. 

Parole pronunciate nella stessa sala delle conferenze stampa vaticane dove per decenni è stato ripetuto ossessivamente che legiferare sulle unioni civili avrebbe “minato e minacciato” l’istituto familiare dalle fondamenta.

Così la svolta è risultata assolutamente palpabile. Dal dibattito emerge che i presidenti delle conferenze episcopali – resi liberi da Francesco di discutere senza limiti preventivi – si sono lasciati alle spalle timori, prudenze, incertezze e, seppure con varie sfumature, si stanno aggregando gradualmente in una maggioranza riformista. Così come avvenne ai tempi del Concilio quando Giovanni XXIII mise da parte i freni della Curia romana e lasciò libertà di parola all’episcopato mondiale.

Lo ha confermato il cardinale filippino Luis Antono Tagle (che forse un domani potremo vedere sul trono di Pietro), spiegando che nella fase di dibattito sulle relazione più di un padre sinodale ha citato lo “spirito del Concilio” e della costituzione pastorale Gaudium et Spes e dell’enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI (che verrà beatificato domenica): “È stata rievocata una Chiesa non assorbita in se stessa, ma in ascolto e in dialogo con il mondo contemporaneo”.

Il documento (pur ricordando la posizione di chi non accetta cambiamenti) apre all’ipotesi di un “cammino penitenziale” al termine del quale i divorziati risposati possano ricevere la comunione. E ancora, viene espresso l’invito a riconoscere gli “elementi costruttivi” insiti nei matrimoni civili e anche nelle convivenze. Nelle unioni di fatto, è detto, “è possibile cogliere autentici valori familiari”. E un’attenzione speciale va riservata ai bambini, che vivono con coppie dello stesso sesso. Coppie che in nessun momento il documento demonizza. 

È l’addio alla linea di papa Wojtyla e di papa Ratzinger. L’archiviazione di una linea, che vedeva la Chiesa in trincea e contrapposta a un mondo ostile, impegnato – così si ripeteva alla nausea – a erodere i “valori cristiani”. Papa Francesco, incontrando il presidente Napolitano, aveva già archiviato i cosiddetti principi non negoziabili. La Relatio di questo Sinodo ne costituisce il funerale. Non se ne parla più. E nemmeno è più menzionata la “legge naturale”. Al contrario, dal Sinodo viene il pungolo ad affrontare il tema della sessualità come chiedeva già sul finire del secolo scorso il cardinale Martini. La relazione usa parole precise. “La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica, integrando la dimensione sessuale”.

Ci sarà ancora un documento finale di questo Sinodo a fine settimana, forse più articolato. Vi saranno contraccolpi e poi l’assemblea del 2015. Ma la direzione imboccata è priva di equivoci. Chiara. E chi (dentro la Chiesa e fuori) vuole capire, ne dovrà prendere atto.

Il Fatto Quotidiano, 14 ottobre 2014