Oggi 10 ottobre gli studenti scendono in piazza contro il Jobs Act e la riforma scolastica. La manifestazione studentesca è organizzata da Uds, Unione degli studenti, con la speranza di poter fare una proposta alternativa alla riforma Giannini. Ogni governo sente la necessità di riformare la scuola: perché è dalla scuola che parte tutto, che si formano i futuri cittadini, i futuri lavoratori, i futuri dirigenti. Ogni riforma è presentata come una rivoluzione rispetto al passato, del tipo ‘ora sì che si cambia’. Nel mondo della scuola pubblica se si cambia in meglio è sempre un bene, ma cambiamento, innovazione e novità non sono sempre sinonimi di miglioramento.

La buona scuola del governo Renzi, presentata bianco su blu sul sito passodopopasso.italia.it con un elenco di 12 punti per rimettere in piedi quella che è un’istituzione regolata dalla Costituzione (art.34), punta alla trasparenza e al confronto con i cittadini. È infatti online dal 15 settembre al 15 novembre sulla piattaforma labuonascuola.gov.it un questionario – per accedere al quale manca solo la richiesta del gruppo sanguigno – per partecipare al dibattito sulla riforma scolastica perché, come recita lo slogan a centro pagina, ‘non c’è un noi e un voi, c’è solo la nostra scuola’. Tutto molto bello. Il primo dei 12 punti della riforma, documento pubblicato il 13 settembre scorso, sancisce: “mai più precari, un piano straordinario per assumere 150mila docenti da settembre 2015 […]”. Scelta più che voluta, obbligata: l’Italia infatti rischia una multa di 4 miliardi di euro della Corte dell’Unione Europea per l’abuso di contratti a termine. Visto che le parole e gli slogan la fanno da padrona, al punto 4 si parla di “valutazione” e “merito”, che tradotti in realtà – come è stato detto da un’insegnante di terza fascia durante l’assemblea a Roma organizzata da Omnia Sunt Communia – significano “tagli” e “controllo”, perché la percentuale di docenti meritevoli è già stata stabilita a priori, e non si sa bene secondo quali criteri, indicando come cifra il 66% di docenti.

Per quanto riguarda la copertura finanziaria una percentuale dei fondi necessari verranno reperiti da investimenti privati: le scuole diventeranno – se ancora non lo sono diventate – delle fondazioni e i privati influiranno, vista l’introduzione di stage, sull’insegnamento nelle scuole pubbliche. È stata, poi, introdotta la cosiddetta “mobilità orizzontale”, presentata come una grande opportunità per i docenti di spostarsi a livello provinciale e regionale e tra classi affini: il periodo di tempo è di un minimo di tre anni (e qui la continuità del programma di insegnamento con una classe si spezza) e non è specificato come si calcolerà la suddetta ‘affinità’. Mobilità e flessibilità anche in termini di orari: questo potrebbe non essere del tutto negativo se regolato da norme contrattuali che tengano conto dei diritti dei lavoratori e dell’importanza che ha la continuità del programma scolastico per gli studenti.

Sembra proprio che anche questa volta l’obiettivo primario di una riforma scolastica e cioè gli studenti, sia stato perso di vista, o forse non è mai stato visto.