Viviamo in un paese romanzo-centrico (e non siamo l’unico) dunque nulla da stupirsi se ormai da noi ‘narrazione’ sia diventato, tout court, sinonimo di romanzo.

Ovviamente non è così, si narra in tanti modi, narrano poeti e novellatori, per dire, ma anche quelli che qui da noi chiamiamo ‘cantautori’, narrano gli sceneggiatori (teatrali e cinematografici)e gli autori di fumetti, narra ognuno di noi quando incappa in un’esperienza particolarmente intensa (poiché narrare è una forma raffinatissima di conoscenza e analisi) e cos’altro sono, se non complesse, lunghe narrazioni ‘aperte’ i videogiochi adorati dai nostri figli?

Dunque narrazione non è affatto sinonimo di romanzo, al massimo esso ne è la sineddoche e confonderli è come confondere la scrittura con il libro cartaceo: l’uno probabilmente destinato a sparire, l’altra, invece, sempre più in salute.

Benvenute siano dunque tutte le iniziative che sfatano l’equivoco, a maggior ragione se organizzate con mezzi limitati, ma tantissimo entusiasmo e voglia di mettersi in gioco, come questo festival trevigiano, intitolato Carta Carbone – Autobiografia e dintorni che si terrà tra il 17 e il 19 ottobre, cui partecipano molti differenti ‘narratori’: dai romanzieri (tra i tanti, Ammaniti, Scarpa – che è anche il solo vero ‘poligrafo’ italiano, capace oggi di muoversi con perizia tra romanzo, racconto, fumetto, saggio, poesia – Ballestra, Ervas), ai cantautori (Bertelli, Casale), agli autori di teatro, ai poeti (Magrelli, sia pur in veste di prosatore autobiografico).

Intanto questo titolo: che è un titolo davvero intelligente.

I ‘dintorni’ dell’autobiografia sono, infatti, assai vasti, dentro c’è anche il romanzo, spostato di colpo (helas!) dal centro della semiosfera alla sua periferia, e non a caso l’incontro d’apertura affidato a Stefano Brugnolo e Annalisa Bruni parte proprio dalla nota affermazione di Thibaudet secondo la quale il romanzo altro non sarebbe che «autobiografia del possibile».

La faccenda da noi, dove s’è iniziato a far romanzi, proprio come in Germania, fingendo l’autobiografia (tra Werther e Jacopo Ortis), ma dove, peraltro, è stata inventata la novella e sono stati scritti alcuni dei racconti più belli della modernità occidentale, dove si racconta dicendo ‘io’ in alcuni dei più prestigiosi esemplari di romanzo novecentesco (da Pascal e Serafino Gubbio, sino a Zeno) riveste interesse particolare.

Oggi più che mai, in una situazione in cui i nostri romanzieri spesso sono essi stessi ‘personaggi in cerca d’autore’, centro dell’interesse del lettore (e del proprio) più in quanto ‘maschere’ che in quanto autori.

Il rischio è sempre confondere un autobiografismo che fa da ruota di scorta (o da ultima spiaggia) a romanzieri a secco d’immaginazione, con quello vero, che nasce dall’urgenza di lasciare traccia, o d’instaurare un dialogo, o con quell’attenzione all’esperienza (propria o altrui) che costituisce il terreno di coltura di ogni buona narrazione.

Di autobiografia, usualmente, se ne scrive una, di romanzi, in linea di principio, infiniti: è certamente il ‘personaggio’ il convitato di pietra d’ogni analisi che voglia interrogarsi a proposito dei rapporti tra autobiografia e romanzo.

Certo, poi, resta Flaubert e il suo, indiscutibile, Madame Bovary c’est moi, anche se peraltro Monsieur Flaubert muore, mentre «quella puttana di Bovary vivrà in eterno».

Non sono altrettanto certo che accadrà il medesimo per molti dei personaggi-cloni, che affollano le pagine di certa narrativa contemporanea, italiana e non.

Proprio per questo riveste un interesse particolare ogni tentativo, come questo di Carta carbone, di indagare il rapporto tra esperienza personale e forme della narrazione – che è poi scavare al cuore della relazione che c’è tra esperienza e conoscenza – che si sleghi dal punto di vista più frusto e usuale per cercare prospettive originali, o, meglio ancora, impreviste e – in senso etimologico – ‘radicali’.

La scommessa di Carta carbone sarà vinta se saprà essere non soltanto una passerella di volti e autori, noti e meno noti, ma anche un laboratorio d’indagine, un incubatore di dubbi, un campo aperto di corti circuiti e sperimentazioni critiche e formali che ponga la parola al centro, in qualsiasi forma essa si presenti.

Le premesse ci sono tutte; io sarò là a presentare una vecchia amica e ottima narratrice, Silvia Ballestra: vi aspetto in tanti.