Il suo libro, “La nuova geografia del lavoro”, è stato definito dalla rivista americana Forbes “il libro di economia più importante del 2013”. Lui è stato invitato alla Casa Bianca per alcuni consigli in materia economica e recentemente è stato contattato anche dal governo italiano. Enrico Moretti, 45 anni, è un economista di fama e insegna nella prestigiosa università californiana di Berkeley, ma non si considera un “cervello in fuga”.  Anche se dopo la laurea alla Bocconi di Milano è partito e ha passato quasi metà della sua vita negli Stati Uniti.

“Non sono fuggito dall’Italia – racconta – sono stato attratto dagli Usa, che è diverso. Sono venuto qui esattamente 20 anni fa, nell’agosto del 1994, per studiare in un programma di master che doveva durare due anni”. Poi è andata diversamente: “Ho avuto la fortuna che le cose sono andate bene qui. Dopo la laurea ho fatto un anno di servizio civile e ho fatto delle domande per delle borse di studio. Ne ho presa una, la Fulbright. Non c’è stato un punto di discontinuità in cui ho detto ‘rimango in America’, il master si è trasformato in un dottorato di 5 anni e poi ho avuto il mio primo lavoro a Los Angeles, a 31 anni, all’università Ucla, che tra le opportunità che mi si erano presentate era l’università più attraente dal punto di vista intellettuale per lo studio del mercato del lavoro”.

Ma era solo il punto di partenza. “Da lì ho fatto buone pubblicazioni e ricerca che è stata considerata interessante e così dopo 4 anni ho ricevuto varie proposte di lavoro”. E così inizia a insegnare a Berkeley, ma non solo. “Il bello dell’accademia – spiega – è che ci si può muovere: sono stato alla Columbia, a Stanford, a Yale, insomma ho fatto varie esperienze in posti diversi, anche in Italia”. La sua fortunata carriera, però, si è svolta praticamente tutta oltreoceano, dove, durante la seconda campagna elettorale di Barack Obama, ha varcato anche la soglia dello Studio Ovale: “Sono stato invitato e ho presentato i temi del mio libro. Ho parlato molto delle differenze del mercato del lavoro tra le città americane, di sussidio alla mobilità, dell’importanza dell’innovazione e di incentivi fiscali per l’innovazione”.

Forse, se fosse rimasto in Italia, le cose sarebbero andate diversamente: “Sarebbe stato un percorso molto diverso: in economia c’è una dominanza abbastanza netta delle graduate school americane, con qualche eccezione. Penso che se avessi studiato solo in Italia probabilmente avrei avuto meno opportunità e meno influenza sul lungo periodo. Io vedo la formazione all’estero come un passaggio molto importante”. Ma a volte, non si tratta solo di formazione accademica: “Ho un figlio di 5 anni e mi chiedo dove vorrei che crescesse, se in Italia o negli Usa. Ci sono tanti aspetti dell’Italia che sono dei punti di forza enormi del Paese, ma qui c’è un aspetto che secondo me è dominante nella cultura quotidiana: per quanto questi ultimi anni siano stati duri, un giovane riceve un messaggio chiaro che è ‘se vuoi provarci, se lavori duro, se hai iniziativa, puoi farcela.’ Poi può essere vero o no, ma il messaggio è questo. In Italia un giovane riceve un segnale opposto: ‘non puoi perché è tutto difficile’. C’è proprio una differenza culturale profonda tra gli stimoli ottenuti. In Italia si tende a tarpare le ali perché è un mercato del lavoro ingessato che non cresce da vent’anni e penalizza particolarmente i giovani e questa è una tragedia enorme, sia dal punto di vista dell’equità, perché si penalizza chi dovrebbe avere più prospettive e anche dal punto di vista dell’efficienza, perché se c’è una rinascita deve venire da quella generazione. Il motivo per cui c’è una disoccupazione giovanile così alta non è solo la crisi temporanea di questi anni, ma proprio una crisi strutturale di un sistema produttivo che era ideale negli anni 50, 60 e 70 ma che si rivela inadeguato quando i mercati sono globali e l’innovazione è così importante”.

La conseguenza è che molti decidono così di emigrare all’estero. Come si risolve il problema della fuga dei cervelli? “Per quanto riguarda l’università si tratta di costruire sui punti di eccellenza, cioè di permettere alle università che sono eccellenti di essere competitive, di attrarre i ricercatori italiani che sono andati a studiare fuori e che vogliono tornare. Ci sono tante persone che sono all’estero e che si trovano bene ma che con un’offerta competitiva e con delle regole certe per quanto riguarda la carriera, tornerebbero molto volentieri. Per quanto riguarda il settore privato, (tutta la forza lavoro esclusa l’università, ndr) secondo me non torneranno finché l’Italia non cambia la sua struttura industriale, non diventa davvero innovativa. Ci sono molti italiani nella Silicon Valley che magari hanno cominciato a Piacenza, a Roma, Torino, ma si trovano qui perché ora per chi fa cose innovative, paga. L’Italia ha un enorme patrimonio di italiani all’estero che con gli incentivi giusti tornerebbero o non andrebbero via, ma in questo momento non ci sono le condizioni”.