Sono tutti uguali, come i difensori che quando beccano il gol alzano il braccio per chiedere giustizia all’arbitro. Può esserci solo un fallo in attacco o un sia pur millimetrico fuorigioco, all’origine del disastro. Fedele al suo profilo polisportivo, anche Matteo nostro alza da New York il braccione transatlantico per segnalare il fallo più odioso, la zampata dei “poteri forti” in piena area di riforme. Come se finora avesse gestito potere e nomine solo con Don Ciotti. E come Renzi tutti gli altri. Quando gli dice bene, i poteri forti non esistono. Quando gli dice male altro che, vivono e lottano contro di noi, potenti e coesi. Nota Diego Della Valle: “Dice che i poteri forti lo bloccano, poi va ad accreditarsi dai poteri forti”. E il povero elettore estraneo alle dietrologie rettiliane deve chiedersi chi diavolo siano questi sfuggenti poteri forti. Li ha visti accusati di essere la vera spinta propulsiva dei trionfi politici dei Silvio Berlusconi, dei Mario Monti, degli Enrico Letta e dei Renzi. Poi di colpo li vede trasformati dal lamento dei declinanti in leopardiane nature matrigne che non rendono poi quel che promisero allora.

Fantasmi della frustrazione, Dei invidiosi di portata diseguale, assisi in un vasto Olimpo dove il direttore di giornale giace con il premier straniero, e l’imprenditore mediocre in cerca di riscatto confindustriale abbracciato il presidente della Bce e gli sussurra la nuova trama per far fuori l’innovatore in eccesso di hybris. Almeno i poteri forti di una volta erano opachi come Enrico Cuccia, e austeri, eminenze grigie vere e non necessariamente legate alla finanza sonante; trasversali ai partiti quando i partiti non erano trasversali a se stessi. Ma adesso quei poteri forti non ci sono più, e siamo costretti a surrogarli con comparse slavate costrette a mostrarsi, sennò che comparse sarebbero, definitivamente dagospizzate, immerse nei recessi della loro coscienza sporca a caccia di sapida aneddotica per il libro di memorie.

Almeno il primo vero teorico dei poteri forti, Pinuccio Tatarella, ministro delle Poste nel primo governo Berlusconi, fece lo sforzo di catalogarli: la Corte Costituzionale, il consiglio superiore della Magistratura, Mediobanca, la Massoneria, l’Opus Dei. Inneggi pure la curva renziana all’urlo del capo: “Per tornare a fare l’Italia siamo pronti, se servirà, a fare battaglie in Parlamento e a sfidare i poteri forti”. Ma la sfida non ci sarà mai. Volete la prova? Bastino i precedenti. Nel 1992 Massimo D’Alema, lungimirante, teorizzava che i poteri forti si stavano mettendo d’accordo con Gava, Forlani e Andreotti per imbavagliare la democrazia. Il tempo di dirlo e i tre erano in manette o giù di lì, presi per il bavero dal cosiddetto partito delle procure che, nella vulgata degli intelligentoni, era l’architrave dei poteri forti. E del resto D’Alema, da vero statista, ha fatto molto per tranquillizzare il Paese. Nel 1995 ci assicurò, lui che l’ha sempre saputa lunga, che Berlusconi godeva del pieno appoggio dei poteri forti: “Se avessero voluto toglierlo di mezzo, sarebbe bastato che due-tre banche chiedessero il rientro dai debiti. Quando Berlusconi ha finto di vendere le tv, i poteri forti lo hanno aiutato”. Dopo la vittoria elettorale del Caimano nel 2001, D’Alema fece la capriola: “Berlusconi ha saputo tessere un rapporto con la borghesia italiana, con i poteri forti che gli furono ostili nel ‘94”. Ecco la prova che ci tranquillizza: i poteri forti sono solo fantasmi à la carte.

Il più serio era Francesco Cossiga. Lui ai poteri forti non solo credeva ma era anche sinceramente affezionato, e ci parlava, come San Francesco con gli uccelli. E così rievocava tutto serio che nel 1998, quando fu fatto fuori Romano Prodi, “consultammo i cosiddetti poteri forti, ricevendone approvazione incondizionata sul nome di D’Alema e utilizzammo l’argomento della fedeltà di D’Alema e dei Ds al Patto Atlantico per superare le difficoltà psicologiche di alcuni alleati”. Ma Cossiga non c’è più, ci toccano le controfigure che giocano a nascondino con i fantasmi della loro depressione.

Mario Monti è uno strepitoso alzatore di braccio. Quando diventò premier, novembre 2011, si presentò così al Senato: “Per quanto riguarda l’atteggiamento del governo o dei suoi membri nei confronti di iniziative e complotti dei poteri forti o delle multinazionali o di superpotenze negli Stati Uniti o in Europa, permettetemi di rassicurarvi totalmente”. Supermario giurava che li aveva fatti incazzare davvero, ed era fiero, tanti nemici tanto onore. Sei mesi dopo già faceva la lagna: “Il mio governo e io abbiamo sicuramente perso in questi ultimi tempi l’appoggio che gli osservatori ci attribuivano, spesso colpevolizzandoci, dei cosiddetti poteri forti perché non incontriamo favori in un grande quotidiano rappresentante e voce di potere forte e in Confindustria”. Seguite la logica frattale del professor Monti: i poteri forti sono il Corriere della Sera, proprio come dicevano i dietrologi che però consideravano proprio lui, l’editorialista principe di via Solferino, la prova della loro teoria.

Eccone un altro, Renato Brunetta: “Berlusconi dava troppo fastidio ai poteri forti nazionali e internazionali”. E quindi i poteri, pur forti, ma soprattutto volubili, hanno impiegato vent’anni a far fuori Berlusconi per sostituirlo con Monti di cui si stancarono pochi mesi dopo, e ci hanno messo Enrico Letta mentre già pensavano a Renzi, infatti puntualmente accusato da D’Alema, l’implacabile, di essere uomo dei poteri forti, che nel frattempo si sono già disamorati del twittatore. Qui l’unica notizia è una classe politica nevrastenica. E tutto perché il direttore del Corriere della Sera ha scritto Massoneria in prima pagina.

Twitter @giorgiomeletti

Il Fatto Quotidiano, 27 settembre 2014