Davvero colpiranno New York gli islamisti radicali armati, come minacciano nel loro ultimo video Flames of war?

Quale strategia di contrapposizione all’Isis (l’autoproclamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante) potrebbe essere più efficace?

L’Isis, al contrario di Al Qaeda che non esercitava giurisdizione territoriale, occupa materialmente circa un terzo dei territori dell’Iraq e della Siria, controllando su quest’ultima i giacimenti petroliferi di Deir el Zour e Hassakeh e minacciando le periferie delle due principali città: la capitale Damasco – il cui centro è tenuto dal governo – e Aleppo nel nord.

In Iraq il punto di forza dell’Isis è il governatorato di Al Anbar, il più ampio in termini di superficie del Paese che si trova nella zona centrale a ovest di Bagdad, dove scorre l’Eufrate e che arriva sino al confine con la Siria, costituendo una continuità territoriale fra i due Stati. Da giugno l’Isis controlla Mosul, la seconda città dell’Iraq, da dove Al Baghdadi ha autoproclamato la nascita di un califfato islamico racchiuso in queste aree.

L’Isis si è dotata di una organizzazione amministrativa con 12 governatorati, il cui compito prevalente, al momento, è legato alla gestione bellica in termini di risorse umane (reclutamento), militari (armamenti) e finanziarie. Già dall’area sotto controllo dell’Isis, si coglie perfettamente come l’evolversi della crisi siriana abbia favorito lo sviluppo di questa organizzazione.

Invero l’Isis nasce in Iraq nel 2006, come punto di aggregazione dei movimenti armati jiahdisti. Con l’abbattimento nel 2003 del dittatore Saddam Hussein da parte degli Stati Uniti – in coalizione con altri Paesi – non si è più riusciti a ricostruire un’efficace potestà statale in Iraq.

Nel frattempo, l’Iraq è stato attraversato da conflitti intestini – quello tra sciiti e sunniti è solo il più evidente – ed è diventato terreno di penetrazione dello jiahdismo armato che prima era assente. Quando nel 2011 gli Usa hanno ufficialmente lasciato il Paese, la situazione non si era affatto stabilizzata e il conflitto è continuato, in maniera strisciante.

Con l’indebolimento dell’Iraq, gli Stati confinanti hanno riposizionato le loro forze, come nel caso dell’Iran, volta a consolidare l’area di continuità sciita, dalla costa all’interno, che coinvolge il Libano di Hezbollah, la Siria di Bashar al Assad e l’Iraq a guida sciita, dopo che la nuova carta costituzionale di Baghdad – sotto l’influenza occidentale – ha spartito le cariche assegnando la presidenza della Repubblica a un curdo, la posizione di Primo ministro a uno sciita (che sono circa il 50% della popolazione) e la carica di capo del parlamento a un sunnita, ridimensionando notevolmente questo gruppo che con Saddam Hussein deteneva il potere.

Nel più complesso scenario mediorientale tutte le potenze locali hanno interesse ad accrescere il loro peso nell’area e l’inestricabilità del conflitto dipende anche dal ruolo non ufficiale che queste potenze svolgono accanto alle fazioni in lotta. Non è un mistero che l’Arabia Saudita disdegni il consolidamento dell’area di continuità sciita, dal Libano all’Iran, e ha fornito appoggi ai ribelli siriani (contro Bashar al Assad) e ai sunniti in Iraq.

I pericolosi giochi di potere degli Stati del Golfo hanno contribuito ad accentuare la crisi rendendo il Medio Oriente ancora più instabile. Parliamo di un’area per sua natura a equilibrio precario. Persino nella stabilità dei blocchi della guerra fredda, il Medio Oriente si è rivelato una zona fluida in quanto ad appartenenze internazionali.

Il problema originario è che i confini di buona parte di questi territori sono stati tracciati artificialmente, nello scenario post coloniale. E’ sempre stato difficile, per i governi locali, costruire un’identità nazionale e un senso di appartenenza capaci di andare oltre il clan e la confessione religiosa.

In questo quadro, la priorità dell’Isis – che si richiama al legame religioso sunnita transnazionale potenzialmente aggregante – è quella di esercitare un proprio ruolo sugli equilibri mediorientali e per accrescere il suo peso non ha esitato a compiere uccisioni di massa e a brandire sfide in campo aperto all’Occidente attraverso l’esibizione mediatica di crudeltà. La minaccia all’Occidente si pone come azione attraverso la quale l’Isis punta a coagulare attorno a sé il radicalismo islamico sunnita, sulla stessa onda di quanto fece Al Qaeda dopo l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 che rese l’organizzazione di Bin Laden un punto di attrazione.

L’Isis, guidato Al Baghdadi, è più potente di Al Qaeda nel 2001. L’Isis è in grado di colpire anche frontalmente, con armi strategiche come i missili terra – aria Sa-24.

La sfida all’Occidente è ideologica, propagandista, volta a mobilitare guerrieri e persone decise a immolarsi per uccidere. In questa fase appare un passo indietro rispetto al corpo di attentati dinamitardi eseguiti da Al Qaeda.

L’Isis è invece una minaccia reale nell’area regionale, ma debellarlo, al di là della vasta coalizione che si sta profilando, non appare scontato perché le forme di jihadismo armato si sono sviluppate proprio con le guerre e l’instabilità.

Per costruire la pace ci sarebbe bisogno di Stati efficienti mentre ora le istituzioni statali sono pericolosamente disgregate, facendo affiorare appartenenze claniche, etniche e religiose. L’Iraq e la Siria sono dei simulacri statali né gode di buona salute la Libia, piombata nel caos dopo la morte di Gheddafi nel 2011. Recentemente, a Bengasi, nella Libia orientale che guarda sul Mediterraneo, è stato proclamato un emirato autonomo da Tripoli.

In queste condizioni l’islamismo armato troverà sempre terreno fertile, la guerra sarà lunga e i dittatori, purché non islamisti radicali, saranno considerati dalla comunità internazionale come il male minore.