Una storia che inizia a New York e termina a Londra. Una storia che cerca di non trasformare gli anni Settanta del secolo scorso nel solito cliché: sesso, droga, rock’n’roll e lotta armata (ci sono anche quelli, per carità). Una storia scritta in modo originale e appassionato da Barry Miles, scrittore e giornalista inglese, noto per la sua partecipazione e i suoi scritti sull’underground.

Si tratta di I Settanta, pubblicato in Italia da Il Saggiatore (traduzione di Luca Fusari), storia che prende avvio al Greenwich Village, 6 marzo 1970, quando tre esplosioni in rapida sequenza sventrano l’elegante palazzo al numero 18 dell’Undicesima Strada Ovest; dalle fiamme escono, confuse ma illese, due ragazze seminude. Domato l’incendio, le forze dell’ordine trovano in cantina più di sessanta candelotti di dinamite, una bomba anticarro e tutto l’occorrente che sarebbe servito al gruppo terroristico Weather Underground per produrre altri ordigni. È l’atto di nascita degli anni Settanta e Barry Miles è a New York per registrarne i primi, turbolenti vagiti.

Giornalista inglese sbarcato negli Stati Uniti per lavorare con i grandi della Beat Generation, Miles attraversa la decade più anticonformista e trasgressiva del Novecento e ne sperimenta in prima persona la genialità e gli eccessi: è con Allen Ginsberg nella comune di Cherry Valley, dove il poeta accoglie amici, amanti e artisti newyorkesi alla ricerca di pace e disintossicazione; è nel capanno di Lawrence Ferlinghetti nel Bixby Canyon, a poca distanza da dove Jack Kerouac ha scritto Big Sur; è nel bunker di William Burroughs sulla Bowery quando “Bill”, per dimostrare l’efficacia della sua pistola anti-aggressione, finisce per riempire la stanza di soffocanti fumi tossici.

È l’epoca di sesso, droga e rock’n’roll; della cocaina, della pornografia, delle mode estreme; delle stravaganze notturne all’Hotel Chelsea, casa di poeti come Gregory Corso e musicisti come Bob Dylan e Patti Smith, e degli spettacoli drag delle Cockettes, il gruppo teatrale fondato da Hibiscus, alias George Harris, l’hippy con il dolcevita che in una storica fotografia infila un fiore nel fucile di un militare, fuori dal Pentagono.

Ossessioni, provocazioni, conquiste. Ci sono tutti i Settanta in questo memoir suggestivo, nostalgico e insieme sfavillante: gli astri di quegli anni – come le stelle visibili a Manhattan durante il famigerato blackout del luglio 1977 – bruciano con un’intensità che non accenna a spegnersi.

Splendido il capitolo dedicato a Orgonon, la tenuta dove abitava lo psicanalista austriaco Wilhelm Reich, che aveva perfezionato un metodo per concentrare l’energia sessuale negli accumulatori di orgone:

È fuor di dubbio che negli ultimi anni Reich cedette al delirio e alla paranoia, ma chi può dargli torto? (…) Gli bruciarono i libri, gli distrussero i macchinari e lo misero in galera (…) Credo che dal punto di vista poetico avesse ragione su molte cose, anche se parecchie sue teorie erano sballate. I nazisti gli bruciarono i libri e Hitler lo mise sulla sua lista nera personale. Gli americani gli bruciarono i libri perché in quelle pagine si sosteneva la libertà sessuale assoluta. Qualcosa di buono deve averlo combinato, se è riuscito a far incavolare sia i nazisti che le autorità americane.