Dunque la vulgata dominante messa in circolo certamente da persone avvedute è che quei due “avvisi” a Richetti e Bonaccini sarebbero due avvisi “a orologeria”. Il premier, aperta la guerra con i magistrati con una riforma della giustizia vagamente punitiva, si becca la risposta immediata della potentissima categoria che organizza la sua terribile vendetta: sotto inchiesta due autentici pezzi da novanta come Richetti e Bonaccini, due che sei fai il giro del tuo quartiere – qualunque quartiere, qualunque città – e chiedi chi sono, la gente resta muta per mancanza di indizi. Nessuno lo sostiene in maniera aperta, temendo di sfondare la barriera del ridicolo, ma la tecnica è quella di dire, nascondendo la mano: «No, io credo assolutamente nella buona fede e nella professionalità della magistratura, certo la tempistica…» Già, la tempistica. (Fa niente se poi quei due erano nel registro da una vita e sono stati proprio gli avvocati ad averne notizia – lunedì – su loro richiesta specifica).

Faccio un attimo un passo indietro e parlo di noi (giornalisti) per non sembrare un’anima bella. Capitolo: le note spese. Sostanzialmente l’argomento di questa inchiesta «Spese pazze», peraltro allargata a molte altre regioni (pensate solo al libero sgavazzo lombardo). Ho conosciuto negli anni molti miei colleghi che manipolavano le note spese, gonfiandole, e spesso, praticamente sempre, la facevano franca, anche grazie a complicità interne nelle amministrazioni dei giornali. Spesso le tecniche erano anche un po’ all’amatriciana – ricevute comprate all’estero senza la minima parvenza di numeri progressivi, scontrini improbabili, tassisti al di là del bene e del male – sino a meccanismi più molto più sofisticati veramente da galera. Erano tempi più lontani e forse meno sensibili. (Il lettore, se vuole, si interroghi anche sul sottoscritto, per quanto almeno ci conosciamo, tirando la conclusione se anch’io possa aver avuto questa “simpatica” attitudine).

Ma per tornare all’inchiesta «Spese Pazze». Per un uomo politico non c’è cosa più grave dell’appesantire i rimborsi, caricandoci cose che non hanno attinenza con la sua attività. O inventarsene letteralmente di nuovi che non rispondono ad alcuna esigenza istituzionale. Proprio perché è un atto apparentemente banale, poco controllato, all’interno del quale il protagonista si crede onnipotente, interamente artefice del proprio destino pensando che nessuno mai potrà mettere becco, perché “cosa vuoi che siano due cd per la mia donna?”, o una cenetta intima a spese dei contribuenti?

Chi lo fa ruba, è un ladro. Sotto questo cielo c’è scarsa coscienza sociale, si valutano come delinquenziali solo gli atteggiamenti estremi, le «stangate» ai danni delle casse dello stato, i fatti roboanti, che non mancano, certo, a cui i giornali ovviamente dedicano grandi spazi, ma che nascono sempre e invariabilmente da un episodio magari lontano, piccolo, apparentemente trascurabile. La prima volta di ognuno di noi, il primo «step». È quello il momento in cui il tessuto (sociale) si lacera, ciò che viene dopo è solo banale conseguenza di “quella” prima volta.

Riprendo qui il tema della giustizia ad orologeria. Non so a quale destino andranno incontro Richetti e Bonaccini, i due sono umanamente simpatici e non si può che augurare a entrambi una felice definizione della cosa. Ma che qualcuno, su questa vicenda, possa organizzare le sue considerazioni intorno all’idea di una vendetta preordinata, di un regolamento di conti tra la magistratura e il governo in virtù di una riforma non particolarmente gradita, mi pare veramente la retroguardia di un pensiero debole. Non voglio dire in malafede, ma debole sì, debolissimo. Si avverte come un distacco progressivo di interesse dai temi che riguardano l’etica, i comportamenti, la fedeltà alle istituzioni, e mettere in piedi la solita batteria trasversale, in cui annacquare i fatti o banalizzare gli scenari attraverso visioni politiche “altre” e poi di questo livello, appare come uno sofisticato strumento di distrazione di massa.