Le alpi occidentali si sono in questi decenni pressoché spopolate. A parte alcuni esempi virtuosi di realtà che resistono ed in cui sembra esserci addirittura un ritorno (leggi la Val Maira, in cui peraltro dobbiamo dire anche grazie ai tedeschi), la situazione continua ad essere disastrosa. Da sempre manca una politica per la montagna in cui ad esempio, invece, eccelle l’Alto Adige. Del resto, ai governi succedutisi a Torino è sempre fregato poco che la montagna si spopolasse, anzi, andava benissimo perché i montanari potevano costituire forza lavoro alla Michelin o alla Fiat. Oggi, però, i tempi sono cambiati: la montagna è rimasta spopolata, la Michelin non c’è più, la Fiat quasi.

Ciò non convince peraltro chi governa a cambiare le politiche per la montagna, né chi governa in loco a cambiare atteggiamento, da consumo a tutela del territorio.

Invece di salvaguardare ed anzi recuperare ciò che rimane a livello di bellezze naturalistiche al fine di attirare il turismo, che rimane pur sempre la maggiore risorsa economica locale, si decide di depredare il patrimonio. Una delle ricchezze naturalistiche che rimangono sono i boschi. Niente di meglio che sfruttare allora la cosiddetta “filiera del legno”.

In questi giorni fanno scalpore in proposito le Valli di Lanzo. Per chi non le conoscesse esse sono tre, si dipartono a nord-ovest di Torino e, se tutto va male, saranno percorse in pochi anni da ben trenta chilometri di piste forestali. Non inganni il termine “piste”: le piste sono strade vere e proprie, larghe anche quattro metri, realizzate con i bulldozer, che aprono ferite insanabili negli ambienti naturali, segnatamente, i boschi. In pratica, in questo caso, è come se si realizzasse una nuova strada lunga come una delle valli.

Una la stanno già aprendo e la potete vedere nel video qui sotto. Va a distruggere uno degli angoli più belli ed intatti della Val Grande di Lanzo, il Vallone di Unghiasse. A suo tempo, si parla del 1998, Pro Natura e Wwf riuscirono a fermarla, oggi, a distanza di sedici anni, la stanno “finalmente” realizzando, complice l’assenza della Soprintendenza, ma di questo parlerò in un prossimo post. Anzi, la Soprintendenza io l’ho anche sollecitata ad intervenire, ma è rimasta bella zitta come quando il Comune di Groscavallo le ha inviato il progetto per il suo parere ai sensi del Codice dei Beni Ambientali.

Sul progetto di questa pista scrissi ed inviai anche un articolo all’allora Rivista mensile del Cai (sedicente associazione ambientalista) che non si azzardò mai a pubblicarlo, forse perché attaccavo appunto la Soprintendenza. Ma questa è acqua passata. Veniamo al presente. Ed il barometro del presente segna: “tempesta”.

E non mi si venga a dire che occorre salvaguardare l’economia montana. La filiera del legno si potrebbe benissimo sfruttare realizzando piste solo trattorabili, oppure, meglio ancora, realizzando teleferiche o funivie. La vecchia legge regionale del Piemonte (n. 27/1981) in materia di piste un tempo prevedeva che si dovessero valutare le alternative prima di aprire delle piste, alternative ovviamente meno impattanti. La legge attuale (45/1989) questo non lo prevede più e sapete perché? La ragione mi pare ovvia ed è la stessa che presiede alla realizzazione della Tav. Sì, avete letto bene, in piccolo una pista forestale  è come la Tav. Serve a far lavorare una o più imprese. Vantaggi privati e danni pubblici. Con tanti saluti per l’art. 9 della nostra Costituzione, che sta diventando sempre più carta straccia.

Per chi è interessato ad approfondire la tematiche delle piste in montagna, consiglio la pubblicazione “Piste o peste?” di Pro Natura Torino.