La posizione del governo sugli scontri e i conflitti che stanno dilaniando vaste zone dell’Iraq e della Siria è stata fissata nelle parole di Renzi: invio di armi ai peshmerga per sconfiggere i terroristi di Abu Bakr Al Baghdadi. Forse dovremmo tentare di capire ciò che sta realmente accadendo, tentare di capire se lo Stato Islamico sia davvero un gruppo “terrorista”. Terrorismo rischia di diventare, altrimenti, la parola d’ordine (come quella degli Stati-Canaglia) dietro la quale si possono legittimare e nascondere le più diverse operazioni di polizia internazionale, neo-colonizzazione, guerre imperialistiche, etc., che già abbiamo conosciuto con l’attacco americano all’Iraq del marzo-maggio 2003.

La nozione di “terrorismo” è stata, nell’ultimo secolo, elaborata e pensata sempre con riferimento allo Stato. Sin dalla Convenzione di Ginevra del 1937 si definiscono atto terroristico i “fatti criminali diretti contro uno Stato e i cui fini o la cui natura è atta a provocare il terrore presso determinate personalità, gruppi di persone o il pubblico”. Vero è che, almeno a partire dalla Convenzione Onu 2009 contro il finanziamento del terrorismo, il riferimento allo Stato è stato progressivamente sostituito o comunque accompagnato al riferimento anche ad altri soggetti (organizzazioni internazionali, corporation internazionale, etc.). In realtà, però, è soltanto a partire dallo Stato – dall’idea che il potere legittimo si dia unicamente come governo sovrano su un determinato territorio mediante apparati – che si rendono disponibili gli elementi caratterizzanti l’ “atto terroristico” (distinzione combattenti/non combattenti, esercito/popolazione civile, l’atto commesso considerato come penalmente rilevante, etc.).

Che abbia carattere offensivo o difensivo, il terrorismo resta dunque un concetto iscritto nella logica europea della sovranità interna ed esterna, un concetto che ha senso unicamente con riferimento al modo “classico” di pensare i rapporti internazionali come rapporti tra Stati reciprocamente sovrani all’interno del loro territorio.

Ora, ci si dovrebbe chiedere: quello che avviene oggi ha davvero a che vedere con il “terrorismo”, con ciò che continuiamo a chiamare tale anche dopo le trasformazioni del concetto di guerra che ormai si sono cristallizzate con sempre più evidenza nella nostra epoca storica? Ormai quindici anni fa, Mary Kaldor, in un suo testo su Le nuove guerre, sottolineava come le guerre, oggi, non siano più combattute tra Stati, ma tra gruppi e schieramenti che non riusciamo che a definire come “irregolari” (in quanto il nostro modo di vedere è ancora legato al modello del combattente regolare come soldato in uniforme di un esercito statale) e che impiegano metodi di guerriglia direttamente contro le popolazioni locali. Che tutto ciò sia spaventoso, che rappresenti una “ricaduta” nella barbarie e nella violenza incontrollata, è un fatto che nessun buon europeo, credo, potrebbe revocare in dubbio. Ma ciò non può valere a mistificare la realtà. Noi continuiamo ad usare il termine “terrorismo” (come se fosse una degenerazione di una ormai per sempre passata “guerra regolare”) per nascondere il fatto che la guerra, oggi, è terroristica e per nascondere il fatto che, oggi, non esiste più la guerra “all’europea” – scontro tra gli eserciti di due Stati – e che quello che continuiamo a chiamare terrorismo non è altro che la forma contemporanea che ha assunto la guerra nel mondo globale.

Dovremmo, allora, cominciare a considerare le cose per quello che sono. In Iraq e Siria non c’è una guerra tra Stati da una parte e terroristi dall’altra, ma ci sono delle guerre tra gruppi diversi, tutte guerre che usano metodi e tecniche che noi definiamo “terroristici”. Certo: possiamo decidere di armarne alcuni piuttosto che altri, di cercare di costruire alleanze, di appoggiare determinate strategie politiche. Ma è inaccettabile che continuiamo a farlo dietro la mistificazione, l’ideologia della “lotta al terrorismo”. In questo momento, ciò che è in gioco è una questione geopolitica che riguarda il cosiddetto mondo islamico e la mancanza di una leadership che consenta ad esso di avere un ruolo forte e reale nello scacchiere internazionale nonostante esso sia divenuto, ormai, uno degli spazi fondamentali per il controllo del petrolio e per i mercati finanziari. Possiamo combattere il mondo islamico, possiamo tentare politiche diverse, ma non possiamo farlo – questo sì, è inaccettabile – con la retorica buoni/cattivi, Stati/terroristi. Il fatto che molti degli attuali leader dello Stato Islamico siano stati, a suo tempo, finanziati dagli Stati Uniti nella loro lotta contro il regime di Assad, dovrebbe quantomeno farci capire che la politica internazionale non si fa con le retoriche umanitarie, democratiche ed universalistiche.

Abbiamo bisogno di un nuovo diritto internazionale, di un nuovo pensiero della guerra. L’epoca del De iure belli ac pacis di Ugo Grozio è finita, per sempre. Ora è l’età postmoderna che attende qualcosa di analogo, e forse si dovrà cominciare da questo imperativo: stare con chi si vuole, stare con chi ci vuole.

Quello che invece rischiamo, in questo momento, è di dare a Renzi una carta troppe volte dimostratasi vincente: dirottare l’attenzione su un invisibile ed indeterminato “nemico esterno” (i terroristi) per evitare di farci vedere la realtà. In altri termini: mentre l’ Italia, grazie all’Euro, affoga nella depressione, ecco che abbiamo deciso di occuparci del Kurdistan, che diventa il nostro “problema” più importante, fondamentale, su cui concentrare tutta l’attenzione di giornali, televisione e cittadinanza.