Nessun problema può essere risolto dallo stesso livello di conoscenza che lo ha generato. Mai come oggi, il celebre monito di Albert Einstein assume una fondamentale importanza. Purtroppo, i decision-maker che occupano le posizioni chiave della politica e della finanza internazionale dimostrano di non avere la minima idea di cosa questo significhi. 

Nella intellettualmente commovente (per completezza, lucidità e lungimiranza) intervista di Marco Travaglio al professor Zagrebelsky vengono illustrate le reciproche interazioni fra le sfere dell’economia, della politica e della cultura, ammonendo come – nel caso di emarginazione della terza – il sodalizio tra le prime due sfoci nell’iniquità distributiva, rispettivamente, della ricchezza e del potere.

Che oggi sia in corso un generalizzato assopimento degli intelletti e – ancor più grave – delle coscienze, è un’evidenza piuttosto oggettiva: che questo sia ascrivibile a un preciso disegno cospirazionista (di matrice orwelliana, secondo alcuni) o – come sono più propenso a credere io – all’effetto di decenni di “benessere” su larga scala e a buon mercato, poco importa. Il risultato è che non disponiamo più di quelle facoltà intellettuali speculative (per certi ambienti, addirittura… eretiche) che ci consentirebbero di vedere la soluzione del problema fuori dalle categorie che lo hanno partorito. Non parlo necessariamente di ideali. Basterebbe qualche buona idea.

Il fatto che venerdì la presidente della Federal Reserve abbia dichiarato che la politica monetaria non si debba “affidare a uno specifico indicatore o modello, ma debba piuttosto riflettere le valutazioni in corso su un’ampia gamma di informazioni inserite nel contesto della comprensione di un’economia in evoluzione” non è purtroppo sufficiente per smantellare la certezza che questi signori non abbiano ancora compreso l’entità e il perimetro del fenomeno.

Il modello in stato di necrosi si chiama “civiltà della crescita”. I suoi riferimenti ideologici e pratici si chiamano rispettivamente capitalismo e neoliberismo. I suoi alfieri siamo tutti noi. Con il nostro modo di consumare, di spostarci, di nutrirci, di abitare, di lavorare, di competere.

La mentalità che impone l’accumulo ad ogni costo di ricchezza (privata e pubblica) e di potere (individuale e corporativo) si è rivelato fallimentare. Nelle fasi di gravi criticità, ogni organismo biologico sostituisce la competizione con la cooperazione. Ma, curiosamente, non l’uomo. Questo non mi aspetto certamente che possa essere compreso da persone come Mario Draghi o Janet Yellen (né, tantomeno, dai loro saputelli epigoni locali). Ma mi aspetto però che lo capiamo pian piano tutti noi.

Ho lavorato per quasi quindici anni nella governance strategica di alcuni Gruppi Bancari Nazionali e, in qualche mio curriculum sparso per la rete, vengo ancora definito economista. Qualche mese fa, nauseato da una certa mentalità cocciutamente antistorica, ho rassegnato le dimissioni per riprendere in mano la mia vita e, contestualmente, per dedicarmi a ciò in cui credo. Bene, vi garantisco che i margini di manovra di un istituto di credito sono assai inferiori di quanto si potrebbe pensare: agendo sui tassi interni di trasferimento fondi (che definiscono il valore endogeno relativo della liquidità), le banche possono al massimo decidere come allocare le proprie passività, giostrando la composizione del margine di intermediazione tra le componenti finanziaria, commissionale e da trading.

Ma, se non interviene una mano (visibilissima, alla faccia di Adam Smith) dalla Bce, la dimensione complessiva della coperta non cambia di molto. Ed è determinata – guarda caso – proprio dai tassi di politica monetaria decisi appunto da Mario e Janet. E lo sappiamo bene: come tutte le banche nazionali, Bce e Fed sono distanti anni luce dalla consapevolezza che – per sbrogliare questa ingarbugliatissima matassa – la prospettiva di lungo periodo potrebbe risiedere in un regime di tassi di interesse reali negativi. Attenzione: ho detto reali, non nominali. In parole povere, questo significa (almeno in Occidente) che una remunerazione del capitale tangibile negativa, possa e debba essere percepita non come un problema, ma come la soluzione. In parole ancor più povere, ciò significa (anche se non lo ammetteranno neanche sotto Pentothal) che il modello tradizionale di crescita economica, per come lo abbiamo conosciuto dal Dopoguerra ad oggi, è finito. Game over.

E significa quindi che i fattori produttivi “lavoro” e “capitale” (gli unici che oltre due secoli di teorie economiche neoliberiste e socialiste abbiano saputo contemplare, per spiegare il processo produttivo) non saranno più in grado di remunerarsi da soli. Vale a dire: se qualcuno di voi investe dieci euro in un’iniziativa, potrebbe ottenerne un ritorno di nove. Esattamente questo, vuol dire tassi di interesse reali negativi. Non so se è chiaro…

Visto che chi vi scrive si è sempre ostinato a frequentare più volentieri persone e idee al di fuori dai recinti teoretici convenzionali, posso assicurarvi che le soluzioni esistono. E che in molte realtà vengono anche già applicate con successo. Il vincolo che ci impedisce di vederle (o di apprezzarle) è esclusivamente… umano. Troppo umano. E dipende dai nostri retaggi culturali e dalle nostre convenienze: i primi, prodotti da quel circuito informativo mainstream che da oltre sessant’anni ci ipnotizza scientificamente; le seconde, penosamente assuefatte alle seduzioni commerciali del consumismo.

Apparentemente non se ne esce. In realtà prima o poi se ne uscirà, ma non necessariamente in modo indolore. Come dico sempre: per scelta o per forza, ce la faremo. Tutto dipende, se non sapremo farlo da soli, da chi lasceremo scegliere al posto nostro.

Ah, vorrete sapere quali sono quelle soluzioni, immagino. Per oggi lo spazio è finito, ma vi sussurro ugualmente un paio di paroline magiche su cui torneremo sopra assai presto: bioeconomia e sharing-economy. Non ditele troppo in giro però, mi raccomando! Che se arrivano alle orecchie di Mario o a quelle di Janet, potrebbero arrabbiarsi sul serio. Perché… può capitare che quell’euro apparentemente mancante dal ritorno del vostro investimento si realizzi sotto altra forma, magari non monetaria, magari intangibile, ma comunque talmente essenziale per il benessere vostro e della collettività, da valerne non solo uno, ma addirittura due o tre.

Low Living High Thinking