Er Monnezza, quello vero, è un omone anziano, alto e largo, con un paio d’occhiali da sole a goccia e un cappello nero sulla testa, da cui spunta una coda folta e canuta. Anche la barba è bianca e curata. Indossa un giaccone di pelle pieno di toppe da motociclista, cammina lentamente, reggendosi a un bastone di legno. Siamo a Tor Marancia, ex borgata di Roma sud. Lo salutano tutti: “Quintooo, come stai bello? Viè qua, t’offro un caffe!”. Lui si ferma sempre, sono tutti amici.

Er Monnezza si chiama Quinto Gambi. Era uno stuntman, una controfigura; Tomas Milian l’ha visto una sera e l’ha trasformato nella fonte d’ispirazione del suo personaggio più celebre, il protagonista di una serie di film di culto per una e più generazioni. Quelle cresciute col mito delle commedie all’italiana. Nell’immaginario, Milian è Er Monnezza, il ladro di borgata, trucido, volgare, sboccatissimo e mostruosamente simpatico, con la faccia di Tomas e la voce indimenticabile di Ferruccio Amendola. Senza Quinto, er Monnezza non sarebbe mai stato quello che è. Poi c’è pure Nico Giraldi, l’altro personaggio feticcio di Tomas, quasi identico ma speculare al Monnezza: stesso aspetto e stessa veracità romana abrasiva, ma mentre er Monnezza è un ladruncolo che collabora con la giustizia, Giraldi è un ex delinquente che fa il poliziotto a tempo pieno.

Tutti e due nascono dal “colpo di fulmine” tra Tomas e Quinto, una notte d’estate del 1966. “Ci siamo incontrati al Piper – dice Quinto, che non se lo dimenticherà mai –. Stavo incollato a una cubista, un pezzo de fregna che non te dico… A un certo punto incrociamo lo sguardo, lui stava con la moglie e un po’ d’amici. Mi vede, mi manda a chiamare, mi scruta bene e sgrana gli occhi”. Sono due gocce d’acqua. Si riconoscono subito, inizia un’amicizia inossidabile: “Abbiamo cominciato a frequentarci, ma mica lo sapevo all’inizio che lui voleva diventare me”…

I ricordi di Quinto saltano da un aneddoto all’altro, non fa in tempo a finirne uno che già sta raccontando una storia nuova. “Io gli ho insegnato tutto a Tòmase, di come si viveva a Roma. Lui mi osservava e metteva da parte”. Come quella volta che l’ha visto divorare un piatto di spaghetti ajo ojo e peperoncino, con voracità inaudita e ampi gesti, emettendo versi assai lontani dagli standard del bon ton: “Ah Quinto, mi fa Tomasè, ma sei proprio un trucido!”. Poco dopo, al momento del ciak, Milian mangiava la pastasciutta con la stessa mimica spiccicata del trucido. “S’è fatto pure crescere barba e capelli uguali a come li portavo io”.

Quinto, prima der Monnezza, per tutti era Er Patata. Lavorava al banco di pesce di famiglia, al mercato Trionfale. Il pesciarolo, all’improvviso, senza cambiare di una virgola, diventa amico della star di Cinecittà. Tòmase voleva assorbire i suoi gesti, assimilare la sua indole. Se lo portava sempre in giro. “Abitava in una casa spaziale al centro, vicino Piazza del Popolo. La prima volta che mi ci porta, mi fa: ‘Resta a dormire qua’. E io ci resto, figurati. Però quella notte non ho chiuso occhio e nel letto sono rimasto imbalsamato come una mummia: avevo paura che se avessero sentito un rumore, avrebbero pensato che me stessi a fregà qualcosa, come un ladrucolo”.

Quinto, abituato a girare su una 500 vecchia e scassatissima, riesce pure a farsi prestare la Rolls-Royce di Tomas. Se la porta a casa, a Tor Marancia, la fa vedere agli amici di borgata, ci carica pure il pesce per andare al lavoro. Ecco, il pesce forse è una mossa azzardata: “Quando l’ho ridata a Tomas, non ci poteva credere. Mi fa: ‘Quinto, ma che è sta puzza di cadavere?’”.

Quinto è nato e cresciuto in borgata, a Tor Marancia. Da qui non se ne è andato mai. Da queste parti dava i primi calci al pallone Agostino Di Bartolomei, meraviglioso e indimenticato capitano del secondo scudetto romanista. “Lo conoscevo, Ago. Faceva il tifo per me quando giocavo ai campetti”. Il gusto della battuta a Quinto non passerà mai. “Questo quartiere per tutti si chiamava Shangai, perché eravamo tanti, troppi, si stava stretti come i cinesi. Un sacco di amici sono finiti male, a me il cinema un po’ m’ha salvato”.

Il cinema e Tòmase. “Ci sentiamo ancora anche se lui è tornato a casa sua, a Cuba. Ci hanno fatto rincontrare al programma di Barbara D’Urso, quando ha compiuto 80 anni. E poi si è commosso al telefono quando gli ho detto che mio nipote si sarebbe chiamato Tommaso”.

Dopo il caffè, alla fine della passeggiata tra le strade di Shangai, Quinto cammina verso una parete bianca con un murale nero. Si sposta con fatica, c’è una luce calda e lui ha una giacca troppo pesante. Non è più il ragazzone che ha fatto nascere Er Monnezza, ma si porta ancora dietro quel senso di divertita irriverenza, quella simpatica paraculaggine che irradiano certi giovani romani. Si ferma dietro al ritratto di un uomo con giacchetta, camicia, cappello da cow boy e cane lupo al guinzaglio. È Quinto. Sotto c’è scritto: “I miti di Tor Marancia”.

Dal Fatto Quotidiano del 23 giugno 2014