Nella più classica tradizione del tormentone estivo, al pari del motivetto orecchiabile, dell’accessorio trendy o del gergo urbano (che qualificano subito chi ne è costantemente seguace), anche quest’anno è stato riproposto da più parti, da amministratori, politici e intellettuali, il tema del numero chiuso nelle località turistiche di grande valenza ambientale e nelle città d’arte. Ma perché principalmente d’estate e non durante i mesi invernali?

Perché in estate, per ovvi motivi, oltre che il numero esorbitante, impressiona lo “sbracamento” di questi novelli barbari anelanti di poggiare per pochi istanti le loro sudate estremità sui selciati o pavimenti storici. Solo che, come ricordava Giorgio Bocca in un memorabile articolo su Repubblica del luglio 1987 su Firenze, ove migliaia di turisti mordi e fuggi fossero la causa principale del degrado, del decadimento e della poca attrattività per un altro turismo: più consapevole e a ritmi più lenti ed alla fine più redditizio.

Da allora nulla è cambiato, anzi si sono susseguiti ogni estate appelli da parte di sindaci e maestri del pensiero, sempre poi a fine settembre caduti nell’oblio.

I fanatici del politically correct a fronte del paventarsi di limitazioni d’accesso, oppongono i motivi dell’accessibilità a tutti senza limiti sia per quanto riguarda eventuali ticket d’ingresso, sia per l’eventuale numero programmato. A costoro occorrerebbe ricordare che le nostre città d’arte e le località amene devono essere vive, vissute costantemente e non assediate e violentate. Citando l’ex sindaco di Capri Ciro Lembo, che nel 2009 commissionò al Censis un’indagine sulla sostenibilità dei flussi turistici, “la pressione è troppa, è come far entrare dieci litri d’acqua in una bottiglia di un litro, siamo costretti a regolare anche il traffico pedonale”.

Giustissimo, tenuto conto che questo tipo di turismo, a chi è come me testimone oculare frequentando costantemente l’isola per motivi professionali, non vi arriva né per vedere il mare da via Krupp, la Certosa di S.Giacomo o Villa S.Michele, ma per osservare chi c’è dei personaggi da gossip seduto ai tavolini dei bar della Piazzetta. Lo stesso vale per Firenze, dove in oltre 10 anni di frequentazione agli Uffizi, mi sono spesso imbattuta in presunti fugaci estimatori delle opere d’arte che una volta usciti si sdraiavano sulle panche di pietra sbocconcellando pizzette e consumando lattine (quest’ultime poi regolarmente abbandonate sul piazzale). I miei richiami, diretti ed indiretti, coinvolgendo vigili ed autorità varie, sono sempre andati vani.

Gli oppositori alle varie misure per contenere il diffondersi di questo turismo che assume proporzioni catastrofiche e dannose per il nostro territorio, sia storico che ambientale (i danni non solo sono materiali ma anche d’immagine, tenuto conto che le foto del degrado hanno fatto il giro del mondo), dovrebbero capire che la concentrazione in pochi mesi di un turismo che non è povero di risorse, ma di cultura, è lo stesso che spende come minimo 1000/2000 euro su una Grande Nave o che non disdegna pagare 80€ per un concerto di una pop star.

Un euro in più per entrare in un museo e starci magari una mezza giornata anziché 1 oretta, ma in contemplazione serena ed appagante, così come un breve soggiorno sulle nostre coste anziché una fugace e stressante toccata e fuga nelle località modaiole, dovrebbero essere l’indicazione che Regioni ma soprattutto Enti come Enit dovrebbero diffondere ai vari turisti durante tutto l’anno. D’altra parte la calca e l’assieparsi possono anche essere potenziali fonte di pericolo e così come nelle sale dei teatri, concerti e per convegni pubblici viene disposto, su indicazioni del ministero dell’Interno (dal D.m. del 30/11/83 al D.m.19/8/96) e con tanto di controllo dei Vigili del fuoco, un numero massimo di persone consentito per la capienza dei locali, non si vede come non si possa, per analogia, applicare lo stesso principio. Nessuno mi risulta si sia mai risentito per essere stato allontanato anche da eventi gratuiti, tant’è che ormai vige il principio della prenotazione, come ad esempio a Torino al frequentatissimo Circolo dei Lettori. Ben lieta fui, e lo dissi pubblicamente, dell’accorpamento tra Ministero dei Beni Culturali e Turismo, tenuto conto del legame imprescindibile anche dal punto di vista economico che ci dovrebbe essere tra queste due realtà, ma dalle parole occorre passare ai fatti con una politica di informazione e di programmazione.

Una specie di “Viaggiare informati e a codici”, insieme ad una programmazione concertata con i vari Tour Operator, italiani ed esteri: una sorta di turismo a tema, suggerendo itinerari e mete per le varie borse, le varie aspirazioni e consigliando i periodi a seconda delle località indicate. L’Italia è ricchissima di borghi, centri antichi, castelli, rocche che uniscono tra l’altro cultura ed enogastronomia di qualità a prezzo contenuto, ma ahimè sconosciuti da italiani e stranieri, forse perché non frequentati da personaggi di moda. Ma se questo è il problema chiediamo al limite a uno di questi novelli condottieri, di posare (gratuitamente) per una foto ricordo nel bar del paese. In questo modo forse il nostro Rac (ritorno economico sugli asset culturali) potrebbe portare a risultati soddisfacenti non solo in termini relativi ed assoluti, ma anche con tutti i benefici diretti ed indotti di un comparto fondamentale per il nostro Paese.