La febbre emorragica Ebola ha già provocato più di mille morti. Per tentare di isolarla sono state chiuse le frontiere tra Guinea, Liberia e Sierra Leone. Alcuni paesi occidentali hanno invitato i connazionali a tornare in patria. C’è chi nel mondo può viaggiare senza frontiere. Intere provincie sono isolate e controllate dai militari. Ogni spostamento non convenzionale è sospetto. Come spesso accade l’epidemia uccide e insieme smaschera. Svela un sistema globale nel quale la cura e la salute sono mercanzie. Nel quale le multinazionali ‘producono’ o dichiarano le malattie per gestirne poi l’uso. I poveri possono morire o diventare libere cavie da laboratorio. Se neri, poi, destano ancora meno sospetti. Questa malattia è stata identificata nel 1976. Quarant’anni di febbri complici.

L’altra febbre è quella dell’oro. Lo si cerca in una zona situata al nord di Agadez. Nei rilievi del Djado nel comune di Bilma alla frontiera tra Libia e Tchad. E’ una delle recenti scoperte di questo minerale già cercato e scavato altrove nel Niger. Il sito in questione copre une superficie di circa 55 Km. La particolarità del giacimento si riferisce alla facilità di estrazione. Il tesoro si trova quasi alla superficie del suolo. I cercatori di pepite non hanno quasi bisogno di scavare. Questo spiega  la corsa verso il sito aurifero. Oltre 13 mila persone hanno raggiunto la zona. Nazionali e stranieri dei paesi confinanti il Niger. A questi si aggiungono i migranti che vogliono pagarsi il seguito del viaggio. Sono 2235 i mezzi di trasporto recensiti dal municio. La febbre dell’oro sta bene.

La febbre della guerra ritorna. Puntuale come ogni estate che si rispetti. La carenza di notizie è soddisfatta oltre ogni ragionevole attesa. Per tutte le stagione le sue armi e la sua guerra. Di liberazione, di occupazione, umanitaria, inevitabile, imprevedibile, chirurgica. Ogni guerra è armata e di armi si nutre e prospera. I danni sono sempre collaterali. Per le migliaia di profughi ci sono i  soccorsi di urgenza. Armi, cibo e medicine per curare le ferite provocate dalle bombe. Geopolitiche del gas, acqua e petrolio e di altre risorse comandate. In fondo i trattati sono ipotesi transitorie per chi dovrebbe rispettarli. I califfati e gli imperi si accomunano nelle stesse barbarie. Le scheggie che mutilano il futuro dei bambini non fanno differenze di religione. Vittime della febbre di follia.

La febbre è quella migrante. Martedì scorso l’attaccco della barriera di Melilla. Illusioni, utopie, povertà, rabbia e desiderio di futuro. Una triplice barriera di protezione a difesa del continente. Tre gironi dell’inferno che circondano e assediano il paradiso. In 700 hanno tentato l’assalto al cielo d’Europa. Una trentina sono riusciti a penetrare nel mondo altro. Alcuni sono rimasti appesi alla rete, impigliati come aquiloni alla deriva. Al largo della città di Cadice sono stati soccorsi centinaia di migranti su 70 imbarcazioni di fortuna. Il giorno prima circa 300 esodanti erano stati aiutati nello stesso modo. Si teme che col bel Mare Nostrum il flusso di migranti possa crescere nelle prossime ore. Alcuni dei soccorritori mettono guanti e maschera per non contaminarsi con la febbre.

La febbre è quella dell’Eldorado. Persino da Djanet in Algeria corre la voce che basta dissodare la terra per trovare l’oro. I giovani tentano la traversata e d’improvviso il deserto si illumina di trovatori. La febbre dell’oro è il titolo italiano di un film interpretato da Charlie Chaplin nel 1925. Ambientato in Alaska diventa il simbolo del sogno americano. La corsa all’oro nella fine dell’Ottocento che poteva cambiare la vita. Un vagabondo e il suo compare sfidano il destino nella solitudine globale. La stessa che attraversa la società nigerina di questi anni. Giovani sedotti e abbandonati dai politici. Inutilizzabili dai mercanti come incomoda zavorra. Potenziale manodopera per i gruppi terroristi del Sahel. Tornano con la febbre che si nasconde tra la terra, i sassi e il vento.

A parte tutto – a parte gli abiti buffi, i baffetti e gli scarponi – volevo produrre qualcosa che commuovesse la gente. Cercavo l’atmosfera dell’Alaska con una storia d’amore dolce, poetica, eppure comica. Volevo che il pubblico piangesse e ridesse. Così annota nelle sue memorie Charlie Chaplin. C’è da scommettere lo stesso per la febbre dell’oro nel deserto del Niger.

Niamey, agosto 2014