summer jamboree 2014Vestito di una t-shirt con una Marilyn Monroe stilizzata, e con un cappellino modello pescatore esistenzialista, anche a me è capitato di andare, un paio di anni fa, al Summer Jamboree di Senigallia, la kermesse estiva che ha riportato in auge i “fantastici” anni cinquanta-sessanta, aggiornati al tempo dei selfie. C’è chi non perde un’edizione: alla volta del Jamboree partono tante di quelle delegazioni di nostalgici di tempi non vissuti. Da ogni lembo della penisola. L’età media è bassa, o molto bassa.

E allora tutti per una decina di giorni felicemente di ritorno a cinquanta, sessant’anni fa. Nella musica, nel look, nel mangiare e nel bere, zero chilometro zero. Nel modo in cui le donne sentono di riscoprire la propria femminilità, e soprattutto sentono di doverla postare ogni due minuti su Facebook e su Instagram. Nel modo con cui gli uomini finalmente si reinventano uomini veri, mangiando scatolette di fagioli piccanti messicani e travestendosi da marinai che leggono libri di dischi volanti.

Il rito collettivo si ripete ogni estate. A Senigallia ho visto tatuatissime pin-up della porta accanto, bikers a cavallo di Harley Davidson prese con la finanziaria, letterine pon-pon e marina rette sexy. Ho visto vestitini floreali e abitoni della nonna, giacche di pelle come quelle di Marlon Brando e James Dean, memorabilia Hell’s Angels o Pippi Calzelunghe. E poi cowboys e fanciulle inopinatamente ripossedute da Betty Page e Nancy Sinatra. La colonna sonora riecheggia in ogni angolo della bella cittadina marchigiana, nei jukebox naturalmente, e nei copiosi concerti: Grease, Happy Days, sua maestà Elvis e Chuck Berry, i Beach Boys, Johnny Cash. Senza tralasciare i nostri eroi da musicarello: Adriano Celentano, Bobby Solo, Little Tony, Rita Pavone, il Peppino Di Capri prima maniera, quello miracolosamente r’n’roll.

Ho visto un mare moderatamente mosso di bretelle, camicie hawaiane e ciuffoni imbrillantinati. Era atteso per quest’estate anche un nuovo outfit di tendenza, il modello boy-scout vintage, in omaggio al premier Renzi. Ma non ha attecchito. Sarà per l’estate prossima, forse.

Prima o poi il fenomeno rientrerà e si rilanceranno, non so, i mitici Anni Venti, e allora tutti a ballare il charleston, in tuta da operaio-massa o in dress code da mondina.

Sempre a proposito di corsi e ricorsi: qualche giorno fa una mia amica, nata nel 1992, pure molto intelligente, mi fa: “Tutto si va mescolando. Il rockettaro balla in disco, l’ex-emo si tuffa nei dancehall hip-hop. Sai, oggi tira molto l’underground”. Ebbene, è scoppiata la moda dell’underground. Che rivoluzione. Mezzo secolo dopo Andy Warhol e i primi sussulti del cinema underground americano; venticinque anni dopo il boom della musica da discoteca “underground”.

Non ci si sforza nemmeno più di cambiare nome, e non s’inventa più nulla, signorina mia.