Maurizio Gasparri non vive una vita facile. Raro caso di uomo che dice cose intelligenti solo quando lo imitano, suole esibire uno sguardo fieramente bovino che trasuda una vacuità orgogliosamente ostentata. Spera di sentirsi bello come Al Pacino (gliel’ha detto sua moglie), twitta a raffica senza avere capito nulla dei social. Prima sbaglia il cinguettio e poi blocca chi lo insulta, non prima di averlo a suo volta insultato.

Ogni tanto scrive a Obama, convinto che Obama gli risponda o anche solo sappia chi sia ‘sto Gasparri. Se la prende con gli inglesi “boriosi e coglioni”, comportandosi come un tifoso qualsiasi (quale lui in effetti è) e dimenticandosi di essere vicepresidente del Senato (quale lui purtoppo è).

Difende Tavecchio, decretandone di fatto la fine. Eternamente gradasso e diversamente indomito, di recente ha pure svilito la memoria di Pantani e ironizzato bassamente sulla Mogherini.

Con un talento a suo modo accecante, non ne indovina una. Ha dato il nome a leggi mai lette né men che meno comprese, ha regalato battute facili a qualsiasi comico (basta dire “Gasparri” e qualsiasi pubblico ride: provateci). Essere Gasparri non è facile e la situazione gasparriana sembra peggiorare. L’altra sera ha partecipato all’avvincente veglia del Foglio pro-Israele. Era presente tanta bella gente. C’era Ferrara, c’era Casini, c’era Socci. C’era Pigi Battista, c’era Lupi, c’era la Chirico. Peccato solo per l’assenza del Canaro: non avrebbe sfigurato.

Adagiato accanto al palchetto come una statua di media fattura, forse abbandonata dal suo scultore prima di essere completata come forma di apprezzabile autocensura, Gasparri pareva persino più confuso del solito. L’incipit di Ferrara, del resto, non lo aveva aiutato: “Questa è un’occasione per pensare insieme e condividere qualche riflessione”. “Pensare”, “riflessione”: parole distanti e forse aliene. Avvertitosi definitivamente fuoriluogo, l’Al Pacino romano non ha così nascosto di trovare sconosciuto il motivo della sua presenza (e forse pure l’esistenza di Israele). Mentre gli esimi relatori parlavano, lui rideva fuori tempo. Twittava. Incespicava sullo spigolo del palco. E – tutto questo – senza mai smettere di dare la sensazione di uno che si chiede quand’è che si mangia e dove diavolo hanno nascosto il buffet. Gasparri è vittima da decenni di una satira vile e malvagia: è ora di finirla. L’uomo non è mai parso smarrito come adesso. Ha bisogno di aiuto e conforto. Gli siamo vicini: non mollare, Maurizio.