Matteo Renzi? “Ha la fortuna dalla sua, e questa è una grande qualità per un politico”, sentenziava Silvio Berlusconi a fine luglio in un’intervista al settimanale Oggi. I dati, deludenti, sull’andamento del Pil (forchetta tra -0,1% e +0,3%) e sulla produzione industriale (a maggio -1,2% rispetto all’aprile 2014 e -1,8% rispetto al maggio 2013) erano già arrivati, ma l’ottimismo profuso a piene mani dal premier era riuscito a tener lontano gli spettri che già si intravedevano all’orizzonte. Il verdetto emesso oggi dall’Istat (nel secondo trimestre il Pil è calato dello 0,2%), ha certificato che l’Italia è rimpiombata in recessione e ha risvegliato tutti dal sogno: per guidare un Paese la fortuna non basta. “Il governo ha posto una forte enfasi sulle riforme istituzionali, tralasciando le quelle di carattere economico  – spiega a IlFattoQuotidiano.it Riccardo Puglisi, ricercatore di Economia Politica e docente di Analisi delle scelte pubbliche all’università di Pavia, ma anche editorialista del Corriere della Sera – che invece avrebbero potuto aiutare l’Italia ad evitare una nuova fase recessiva”. 

La lista è lunga e corrisponde in gran parte all’elenco dei compiti a casa che l’Europa chiede da anni e che l’Italia non fa o svolge a rilento. “Il problema principale di questo paese è la disoccupazione, su quella il governo doveva intervenire per tempo e invece non l’ha fatto  – continua Puglisi, che ha aderito al programma di Italia Unica, movimento fondato da Corrado Passera – le faccio l’esempio del Jobs Act: il testo presentato in origine era molto diverso da quello uscito dalla conversione del decreto legge Poletti, in cui la parte che riguardava i contratti a tempo determinato è stata annacquata. In questo modo la flessibilità è diminuita e, al contempo, il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti studiato da Pietro Ichino è svanito nel nulla perché avversato dalla Cgil, bloccato dall’ambiguità di fondo di questo Pd dall’anima ‘camussiana-renziana’.  Una flessibilità buona, garantita cioè da un sistema efficiente di tutele e ammortizzatori sociali, avrebbe potuto aiutare a far ripartire le assunzioni”. 

Una strada che poteva essere intrapresa anche partendo dal bivio del taglio al cuneo fiscale. “Prenda il bonus di 80 euro: va benissimo dare alle persone un reddito aggiuntivo, per quanto piccolo: il problema è che non esiste la certezza che questi soldi saranno reinvestiti e reimmessi nell’economia. Ed è ancor meno certo che la gente comprerà principalmente prodotti italiani. Gli annunci non contano, non sta né in cielo né in terra quello che un paio di mesi fa Pina Picierno, del Pd, annunciò agli italiani a Otto e Mezzo: secondo lei, con gli 80 euro di Renzi i consumi sarebbero aumentati del 15%: nulla di più falso“. La strada migliore per Puglisi, sarebbe stata quella di tagliare il costo del lavoro: “Certo, perché se tagli l’Irap inneschi un circolo virtuoso: il lavoro costa meno, di conseguenza costa meno produrre, i prezzi dei prodotti scendono e si esporta più facilmente, le aziende si rafforzano e possono ricominciare ad investire e ad assumere. Recenti studi hanno dimostrato che l’Irap pesa maggiormente sulle imprese che hanno un fatturato inferiore ai 20 milioni di euro, quindi le aziende piccole che costituiscono il tessuto produttivo del paese. Ma qui c’è un altro problema”. Quale? “Quel piccolo taglio dell’Irap del 5% che il governo ha fatto è stato finanziato aumentando le aliquote su dividendi e interessi. Questo purtroppo è il metodo Padoan: tagliare le tasse da una parte e alzarle dall’altra”. 

La doccia fredda dell’Istat è arrivata dopo mesi di battaglia sulla riforma del Senato e sulla legge elettorale, intervallati da una pletora di provvedimenti economici il cui iter solo in alcuni casi è andato oltre lo stadio dell’annuncio iniziale: “E’ il caso della riforma della Pubblica amministrazione, la cui efficienza è un fattore importante nella competitività delle imprese ma che è stata affrontata con una timidezza estrema – spiega ancora Puglisi – il modus operandi del governo Renzi è molto simile a quello adottato ai suoi tempi da Giulio Tremonti e si basa essenzialmente sul cosiddetto expectation management: gestire quella che è la percezione dei provvedimenti da parte dell’opinione pubblica nel tentativo di creare ottimismo. In linea di principio non è sbagliato: il problema è che le coperture non sono mai state chiare”. Le risorse, secondo Puglisi, che fa parte del team di esperti del commissario alla spending review Carlo Cottarelli, potevano essere trovate intervenendo sulla spesa pubblica: “Anche se in una prima fase i tagli avrebbero avuto un effetto recessivo, i fondi recuperati potevano essere usate per finanziare il taglio delle imposte e dare fiato all’economia privata”. 

Anche il pagamento dei debiti della P.A. (per il quale Bruxelles il 19 giugno ha aperto contro l’Italia una procedura d’infrazione dopo una lunga serie di avvertimenti) avrebbe aiutato: tra il 24 febbraio al Senato e il giorno successivo a Ballarò il premier annunciava “lo sblocco totale, non parziale” di 60 miliardi; il 13 marzo prometteva a Bruno Vespa a Porta a Porta che non si andrà oltre il 21 settembre. “Aveva iniziato Monti nel 2012, Renzi qualcosa ha fatto ma non abbastanza – continua Puglisi – se lo Stato è esigente nel richiedere ai contribuenti, dovrebbe essere in egual misure efficiente nel pagare i suoi debiti: quei miliardi che mancano nei conti delle aziende le avrebbero aiutate ad avere risorse da investire“. 

Poi ci sono riforme che non hanno a che fare con tassazioni, bonus e tagli ma che avrebbero un effetto sull’andamento dell’economia. “La corruzione ha un costo altissimo sulla competitività perché induce le imprese, specie quelle straniere, a non investire”. Di nuovo, l’Unione Europea ci tiene il fiato sul collo. L’ultimo richiamo è del 5 marzo: “L’alto livello di corruzione riduce l’efficienza nell’uso delle risorse nell’economia”, sentenziava Bruxelles. E il 3 febbraio la Commissione Ue aveva sottolineato l’inadeguatezza della legge approvata nel 2012. Il ddl anti-corruzione, però, giace inerte in Senato. Analogo il discorso sulla giustizia: i contenuti della riforma del ministro Orlando stanno venendo pian piano fuori nelle ultime settimane, ma il problema è vecchio di decenni e neanche Matteo Renzi l’ha ancora affrontato compiutamente: “La lunghezza delle cause civili è uno dei fattori che inducono le aziende straniere a non investire in Italia”, conclude Puglisi. Ma anche questa riforma è stata superata nell’agenda del governo dalla riforma del Titolo V della Costituzione e dall’Italicum.