Il grande giorno si avvicina, i toni si accendono, lo scontro si radicalizza. L’11 agosto l’assemblea elettiva della Figc sceglierà il prossimo numero uno del mondo del pallone. Probabile la spunti Tavecchio, nonostante le infinite polemiche delle ultime settimane e la rimonta di Albertini. La certezza, però, è una sola: chiunque vinca, per il calcio italiano sarà una sconfitta.

Carlo Tavecchio è stato letteralmente massacrato nelle ultime settimane. Con quella frase su Optì Pobà ha suicidato la sua candidatura. I detrattori hanno approfittato del clamoroso autogol verbale (perché di quello si tratta, più che di razzismo) per dipingerlo come un mostro (come se gli altri dirigenti che lo hanno preceduto negli scorsi anni abbiano fatto meglio). E tuttavia è del tutto evidente che una persona che si esprime in questo modo non possa avere alcuna credibilità e rappresentare l’Italia nel mondo.

Chi sta dall’altra parte, però, non è immune da difetti. Certo, Demetrio Albertini ha il physique du role del dirigente moderno, sta bene in giacca e cravatta, ricorda i fasti perduti del grande Milan, sa usare Twitter. Ma sul piano dei contenuti perde il confronto con Tavecchio (uno che comunque la si pensi, pur tra scelte discusse e qualche ombra, ha saputo governare i dilettanti per più d’un decennio). Invece il programma dell’ex centrocampista del Milan è per metà melassa buonista sulla cultura sportiva da importare nelle scuole e lotta alla violenza e alla corruzione. C’è anche qualche proposta concreta, come il fair-play finanziario interno e il rating dei vivai (ottime idee), le squadre B (che però non sono certo la panacea per lo scarso impiego dei giovani italiani) e i criteri di composizione delle rose (ma qui forse dimentica che ci sono delle norme comunitarie con cui confrontarsi). Troppo poco per essere il “regista del cambiamento”.

Su Albertini, del resto, si consuma una grande menzogna mediatica. È difficile salutare come uomo nuovo del calcio italiano uno che ha fatto stabilmente parte dell’establishment federale negli ultimi sette anni. Vicepresidente della Figc dal 2007, presidente di Club Italia dal 2010 (una delle iniziative potenzialmente più innovative degli ultimi tempi, e invece dai risultati deludenti), capo delegazione della disastrosa spedizione azzurra a Brasile 2014. Gli insuccessi addebitati ad Abete sono in parte anche suoi. Dopo la sconfitta con l’Uruguay l’invocazione generale era “tutti a casa”: scegliere come successore del presidente dimissionario il suo vice è davvero un modo curioso per rinnovare. In un’altra situazione, un’operazione del genere verrebbe subito tacciata di gattopardismo. Invece Albertini passa come il “rottamatore” del pallone. Senza dimenticare che principali sostenitori della sua candidatura sono Andrea Agnelli e Barbara Berlusconi: non proprio i poteri deboli del calcio italiano.

Ciò non toglie l’inadeguatezza di Carlo Tavecchio. Dirigente di categoria inferiore portato avanti principalmente per garantire gli interessi delle varie parti che lo sostengono: Claudio Lotito (che mira ad avere un ruolo sempre più da protagonista ai piani alti del calcio), la Lega Pro (che non vuole perdere contributi e il suo peso specifico in Federazione), quella parte della Serie A che osteggia pericolose rivoluzioni e la Serie B che teme d’essere stritolata fra alto e basso. Lui sostiene di non aver cambiali da pagare, di certo non avrà le mani completamente libere. Il cerchio negativo si chiude poi tornando al punto di partenza: alla gaffe razzista, alla perdita di autorevolezza.

Probabilmente per il calcio italiano sarebbe stato meglio se quella sciagurata frase su Optì Pobà non fosse mai stata pronunciata. Tavecchio sarebbe stato eletto con percentuali bulgare, e pur non essendo il grande statista del pallone di cui avremmo bisogno, avrebbe governato in un clima sereno, e con le quattro leghe finalmente in armonia avrebbe potuto incidere in positivo. Ora questo sarà impossibile. La Lega di A è di nuovo spaccata, l’opinione pubblica inferocita: se sarà eletto Tavecchio ci aspettano due anni di caos puro. Mentre dall’altra parte Albertini certo non gode di un consenso sufficiente, e comunque non è la ventata di rivoluzione che sembra.

Resterebbe l’ipotesi del commissariamento, con la Figc rimessa nelle mani di Giovanni Malagò e del Coni, le uniche forse in grado di spezzare certi equilibri negativi. Ipotesi suggestiva, ma difficilmente praticabile dal punto di vista normativo (anche se nelle ultime ore Malagò è sembrato più possibilista). La verità è che l’uomo giusto per guidare la Federcalcio ancora non è arrivato. E che il commissariamento sarebbe l’anno zero, una clamorosa figuraccia per l’Italia. Comunque vada, l’11 agosto sarà un insuccesso.

Twitter: @lVendemiale