Troppo grande per non destar sospetto. Sono in tanti, nelle ultime settimane, ad aver fatto insinuazioni sulle prestazioni di Vincenzo Nibali, che ieri, con la conclusione trionfale sugli Champs-Élysées di Parigi, ha vinto il Tour de France 2014, riportando la Grande Boucle in Italia 16 anni dopo il successo di Marco Pantani. A volte attacchi diretti, a volte insinuazioni maliziose per instillare un dubbio nella mente dei tifosi: si può andare davvero così forte, in salita ed in discesa, a cronometro e sul pavè, per tre settimane, senza essere dopati?

Nel ciclismo il passato recente insegna a non metter mai la mano sul fuoco, per nessuno. Le delusioni sono state tante, ed altre ce ne saranno. Ma oggi è bello poter rispondere a questa domanda senza vacillare. Sì, crediamo in Nibali e nella sua faccia pulita. E non solo per cieca fede da tifosi. Ci sono una serie di elementi che depongono dalla sua parte. Innanzitutto, il fatto che l’atleta in quasi dieci anni di carriera non abbia fallito un solo controllo (e nel ciclismo ce ne sono tanti): mai un’ombra, mai un sospetto. Anzi, tante dichiarazioni dure e convinte sul tema (che non sono così scontate nel mondo delle due ruote, che con il doping ha imparato a convivere).

Ma poi ci sono anche dei fattori tecnici. Le sue prestazioni sono eccezionali ma non mostruose. In un articolo di Eugenio Capodacqua, giornalista di Repubblica, si può vedere come potenza media in watt, consumo massimo di ossigeno e tempi di percorrenza delle salite rientrino all’interno di un range scientificamente accettabile. E poi c’è un altro elemento da tenere in considerazione. Se le performance di Nibali sono sembrate così straordinarie, è anche e soprattutto per la pochezza degli avversari. Eliminati dalle cadute i favoriti Froome e Contador, il siciliano è rimasto a confrontarsi con Valverde (la cui condizione è calata nel corso delle settimane, e che comunque in carriera, nonostante il doping accertato, ha vinto solo una Vuelta nel 2009 a livello di grandi giri) e con la pattuglia dei francesi. Che non possono assolutamente essere considerati al livello dell’azzurro. Pinot è un promettente classe ’90 che deve ancora crescere, e lo stesso vale per Bardet. Semmai, si potrebbe nutrire qualche dubbio sull’exploit di Jean-Cristophe Péraud, secondo a 37 anni dopo un’ottima carriera nel ciclocross (argento a Pechino 2008) e risultati più modesti su strada (al massimo nono al Tour 2011). Ma questo gli sciovinistici giornali francesi non lo scrivono. Con Froome e Contador presenti probabilmente Nibali avrebbe vinto lo stesso, ma di sicuro si sarebbe visto uno spettacolo diverso, una corsa più combattuta.

Invece, senza rivali all’altezza, Nibali ha dominato dalla prima all’ultima tappa. Probabilmente a un certo punto avrebbe potuto accontentarsi, limitarsi a controllare la corsa una volta accumulato il vantaggio sufficiente in classifica, non staccare tutti gli avversari nelle ultime tappe quando ormai la maglia gialla era blindata. Avrebbe dato meno nell’occhio e non si sarebbe attirato le invidie dei rivali umiliati. Non lo ha fatto non per megalomania ma per altruismo: lui corre soprattutto per entusiasmare gli appassionati. Per questo, ad esempio, ha attaccato e vinto in solitaria alla tredicesima tappa a Chamrousse, nel giorno del centenario di Gino Bartali: un appuntamento importante per il ciclismo italiano, a cui non ha voluto far venire meno la sua presenza. È fatto così, Nibali. È generoso e coraggioso, non ha paura di “saltare”, corre come si faceva nel grande passato di questo sport (e non alla maniera presente, tutta tatticismi e radioline). Chi lo conosce non lo scopre oggi, ha imparato ad amarlo negli anni e nelle sconfitte, come in quella all’ultima Vuelta, contro il “nonno bionico” Horner (scopertosi campione a 42 anni, e su quella vittoria sì che ci sono tanti dubbi…). Ma poco importa, oggi. Nibali è grande. Godiamocelo, senza dubbi e senza sospetti, “tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano”.

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