Il tricolore, la divisa di campione italiano sulle spalle del più forte ciclista italiano, si è trasformato in giallo. Vincenzo Nibali la maglia più preziosa del ciclismo mondiale l’ha conquistata subito, già alla seconda tappa, e poi l’ha vestita per diciannove giorni. Se l’è cucita addosso, praticamente. E nessuno potrà più strappargliela. Oggi, sulla tradizionale conclusione parigina degli Champs-Élysées, è stato finalmente incoronato re del Tour de France 2014. L’ultima tappa di quest’edizione della Grande Boucle è stata una passerella di festa per il nostro campione. E non solo. Per tanti altri, quasi per tutti. Per il tedesco Marcel Kittel, vincitore in volata della frazione (al quarto successo parziale), davanti a Kristoff e Navardauskas. Anche per i francesi, invidiosi (e sospettosi) per il trionfo azzurro, ma col sorriso sulle labbra per aver riportato sul podio, 17 anni dopo il grande Richard Virenque, non uno ma addirittura due corridori di casa.

Nibali sul podio davanti a due francesi
Con il secondo posto finale del sorprendente Jean-Cristophe Péraud, e il terzo di Thibaut Pinot (anche maglia bianca di miglior giovane), la Francia può davvero guardare al futuro con fiducia. La crisi decennale del ciclismo transalpino, forse, è finita. Esulta anche Rafal Majka, polacco di talento sopraffino, maglia a pois di miglior scalatore e due tappe vinte in montagna: a 24 anni si è permesso il lusso di correre da protagonista Giro (era stato sesto in Italia) e Tour nello stesso anno. Tornerà presto – l’ha già detto – per conquistare una maglia di un colore più prezioso. C’è gloria anche per chi non ha vinto nulla: per i fuggitivi di giornata, che hanno provato a sfidare l’ineluttabile legge del gruppo, pur di guadagnarsi la vetrina dei Campi Elisi. Per il cinese Ji Cheng, ultimo in classifica a quasi sei ore di distacco. E per tutti quelli che, come lui, sono riusciti a concludere il loro Tour lontani dalle luci dei riflettori, dopo tre settimane di pioggia, fango, salite, fatica.

Le delusioni: Valverde e Sagan su tutti
Gli unici che hanno poco da festeggiare sono Alejandro Valverde, quarto della generale e alla fine fuori dal podio dopo una disastrosa cronometro; e Peter Sagan, per cui la maglia a verde della classifica a punti è ben magra consolazione, viste le zero vittorie dopo i successi nel 2012 e nel 2013. Sono loro i delusi, per il resto in gruppo si brinda e si scherza, nonostante il brutto tempo. Il Tour è finito, e l’Arco di trionfo di Parigi e i flash dei fotografi sono solo per il nostro Vincenzo Nibali, venuto dal mare della Sicilia per riportare l’Italia sulla vetta delle grandi montagne del ciclismo mondiale.

Le tappe chiave: dal pavè ai Pirenei
Tutti per lui, che non ha vinto ma stravinto, con quattro successi di tappa e quasi otto minuti di vantaggio sul secondo (maggior distacco dal 1997, dai nove minuti di Ullrich su Zulle); dominando in salita, asfaltando il pavè della Roubaix, sfrecciando a cronometro e in discesa. E poco importa che mancassero Froome e Contador, disarcionati dalle cadute: gli assenti non hanno mai ragione, batterli su strada sarà una sfida in più per il futuro. Per lui, che tra successi finali e parziali oltre alla gloria imperitura porta a casa anche 530mila euro circa. Per lui, che corre soprattuto per i suoi tifosi, sempre con il cuore e col coraggio, quando vince (come quest’anno) e anche quando perde (alla Sanremo o alla Vuelta 2013, ad esempio, contro il “nonno bionico” Horner), come in questo sport non si faceva più da decenni. Per lui, che ha riacceso in tutta Italia quella passione per il ciclismo morta un po’ quella sera di febbraio nel 2004 insieme a Marco Pantani. Sedici anni dopo il trionfo del Pirata nel 1998, Nibali ne raccoglie l’eredità e riporta il Tour in Italia, nel centenario di Gino Bartali. E’ la storia che si compie, l’epilogo perfetto di tre settimane da sogno divenuto realtà.

Twitter: @lVendemiale