Nei prossimi giorni il Senato, oltre a occuparsi della propria sorte costituzionale, dovrà convertire in legge il decreto che prevede un rimedio compensativo per chi in carcere ha subito un trattamento inumano o degradante. In particolare, è prevista nel decreto una forma di risarcimento – valevole anche per il futuro – per chi è stato costretto a vivere in meno di tre metri quadri di spazio. Chi è ancora detenuto potrà avere uno sconto di pena di un giorno per ogni dieci scontati in condizioni degradanti, mentre chi ha ormai finito la pena potrà accedere a un indennizzo economico pari a 8 euro per ogni giorno di carcerazione avvenuta in condizioni di violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo così come interpretato dalla Corte di Strasburgo.

Si tratta di un obbligo compensatorio che nasce per l’Italia dalle sentenze di condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. A causa del sovraffollamento, il nostro sistema penitenziario nel gennaio 2013 con la famosa sentenza Torreggiani è stato ritenuto – al pari di quello russo, il che non ci onora – fuori dalla legalità internazionale. La misura si spera possa dissuadere le autorità dal ritornare a situazioni di affollamento intollerabile. In una democrazia, lo Stato deve accettare che ci siano dei limiti al proprio potere di punire.

Nel dibattito parlamentare alla Camera, gli oppositori hanno parlato di regalo ai detenuti, di Stato che paga i criminali e lascia a casa gli esodati. Frasi tipiche di una politica demagogica e di un’idea di democrazia autoritaria, dove le classi sociali vengono inappropriatamente contrapposte. Ai leghisti e alla destra va ricordato che le sanzioni europee sono state determinate proprio dalle loro leggi (su immigrazione in testa, ma anche su droghe e recidiva), che hanno prodotto un sovraffollamento carcerario estremo che ci ha collocato al primo posto tra i Paesi della Ue. Oggi il governo Renzi ha dovuto porre rimedio a una situazione prodotta negli anni precedenti.

I dati recenti ci dicono che i detenuti sono adesso poco meno di 55 mila. Va ricordato che ai tempi della condanna della Corte Europea erano circa 66 mila. La decrescita è avvenuta senza che fosse necessario un provvedimento di clemenza. In questi 18 mesi il tasso di criminalità non è cresciuto, nonostante la crisi economica. È evidente che la stagione punitiva dell’iperincarcerazione era una stagione dettata dall’ideologia neoliberale securitaria e che nulla aveva a che fare con la politica di prevenzione criminale.

Ora bisogna mettere a regime le riforme, dare loro organicità, cambiare radicalmente la legge sulle droghe superando il paradigma punitivo, introdurre sanzioni alternative alla detenzione, introdurre il delitto di tortura nel codice penale. Sono passi essenziali per sottrarsi ai rischi della precarietà ed evitare di tornare nella pericolosa melma emergenziale.