Essendo autentico fenomeno – e ognuno attribuisca al concetto la forma e il significato che più gli aggrada – anche a Matteo Renzi andrà applicata una sorta di fenomenologia, come già accadde per l’insuperabile Mike (Bongiorno) ad opera di Umberto Eco. Più che la sua azione politica, che comunque offre una serie interminabile di spunti, è la gamma sentimentale dei suoi atteggiamenti a incuriosire di più, le cui sfumature pencolano tra l’istinto ancora pienamente adolescenziale, il cui tratto distintivo è una evidente incredulità (personale e collettiva) a cui darebbero pienissima forma ben note espressioni di uso comune tipo: “non ci posso credere” e “ma chi me lo doveva dire” e quel territorio protervo di espressione piena del potere (questo leggermente meno simpatico, ma altrettanto significativo). C’è un filo sottile, teso, quasi impercettibile, che lega ogni comportamento di Renzi e su questo filo l’equilibrista presidente mostra nello stesso momento le due facce di sé, credendo di poter vendere entrambi i profili con la stessa disinvoltura (ricordate quel vecchio film comico in cui il soldato americano, confezionata una bandiera nordista/sudista, la oppone “amichevolmente” ai due eserciti credendo di sfangarla, solo che poi d’un colpo il vento gira mostrando il lembo nemico e tutti gli sparano addosso?).

La capacità di Renzi di suscitare anche in persone meno avvezze all’intolleranza, un senso di un limite raggiunto, oltre il quale ci sarebbe solo da rompere i rapporti, è davvero particolarmente strutturata. Ne ha come un bisogno, appunto, fisico, e tornando ragazzi, sembra l’amico che tutti abbiamo avuto, per il quale l’esibizione della muscolatura costituiva l’argomento più convincente ma anche l’unico, purtroppo. Le persone che cercano il conflitto sociale come una necessità interiore sono generalmente faticose da vivere, creano un ansia diffusa intorno a sé, soprattutto per quelli che non sono dediti al culto della (sua) personalità, ma che abbiano in gran conto l’elemento del confronto. Pur stando dalla stessa parte, si badi bene.

Nel caso di Renzi, la naturale tendenza al conflitto ha agito da moltiplicatore nella sua visione politica, almeno la parte meritoria che intenderebbe mettersi di traverso a tutte le maledette burocrazie che da mezzo secolo tengono in scacco il Paese. Ed è forse impossibile, o quanto meno particolarmente difficile, non dirsi renziani per una parte di noi, la parte che ha subito tanto, che ha subito troppo le vessazioni di queste categorie. È come se un Renzi Superman venisse a sciogliere lacci e lacciuoli cittadino per cittadino, ricevendone il consenso largo che sappiamo. Ma quando poi il cittadino, liberato da questi fardelli, intende camminare con le sue gambe, riprendere a “vedere” con i suoi occhi, esaminare le sfumature, modulare la politica secondo ritmi forse meno frenetici ma decisamente più attenti alle pieghe che la democrazia può offrire, allora eccolo prenderti per il bavero, strapazzandoti come l’infedele, il gufo, il rosicone, insomma tutte le debolezze lessicali a cui ci ha abituato quando gli pare che l’anima di un ex buon cristiano si stia allontanando da lui. In questo, anche nella parte più intellettualmente violenta, è molto prete. 

Nella storia del Senato, questa parte intollerante si è persino cristallizzata. Ha agito contro la politica, contro una politica più profonda, anche più tattica forse, che avrebbe potuto portare a casa il risultato con minore spargimento di sangue. E invece, al di là del drammone scenografico di una marcia sul Colle, andrà registrato che è assolutamente una prima volta che una parte della politica si sente così privata della mobilità di un vero confronto da immaginare una protesta che ha comunque del clamoroso.

In questa modesta fenomenologia renziana, un posto in prima fila è occupato dalla considerazione che egli ha per la fedeltà politica, certamente uno dei valori più ricercati dall’uomo di potere, vuoi per necessità, vuoi per il senso di buona e tranquilla navigazione che bisogna dare alla barca che va per mare. Il primo punto, evidente sino quasi alla sfrontatezza, è il circondarsi di ciò che non è, non sarà mai, sorprendente, quei soggetti secondo cui la parola del premier non è in discussione, quelli che gli debbono qualcosa di grosso (un posto, una carriera inaspettata, le luci della ribalta) , quelli che come lui vengono da un altrove provinciale, in cui i racconti di Roma e di tutte le sue fascinosissime espressioni sono assai succulenti, sino al punto da sbarcarci incredibilmente da vincitori e allora imporre la logica un po’ spaccona da bar del paese anche nelle segrete stanze del Potere vero, mica la robetta di Palazzo Vecchio. Anche questa logica difensiva manca del respiro necessario per guardare il mondo con gli occhi di “altri” che sappiano le cose che tu non sai, non osi immaginare, ma che compongono quel tratto lucidamente folle di una straordinaria avventura politica.