Santa Marta contro Mater Ecclesiae. Ovvero Francesco “contro” Benedetto XVI. La finale mondiale di Brasile 2014 è stata subito ribattezzata il “derby dei Papi” perché a contendersi la celebre coppa saranno le nazionali dei due Pontefici. Un inedito nell’inedito, perché la storia del calcio entra a gamba tesa nella Storia, quella con la s maiuscola, della convivenza in Vaticano di due vescovi di Roma. Bergoglio è tifosissimo del San Lorenzo de Almagro, la squadra che ha il nome di un quartiere della sua Buenos Aires, con tanto di tessera, maglietta e ogni tipo di gadget possibile e immaginabile. “Dalla fine del mondo” ha sempre seguito le avventure della sua squadra del cuore e appena arrivato a Roma ha subito festeggiato la vittoria del campionato argentino ricevendo gli uomini del San Lorenzo in Vaticano.

Ratzinger nel cuore ha il Bayern Monaco ma non ha mai amato seguire le partite di calcio a differenza del suo segretario particolare, monsignor Georg Gänswein, grandissimo sportivo, che, durante le fasi finali dei Mondiali del 2006 e del 2010, ha chiesto a Benedetto XVI di sospendere per un attimo il lavoro per guardare insieme alla tv le partite più importanti della Germania. Francesco aveva promesso alla presidente del Brasile, Dilma Rousseff, che al mondiale verdeoro non avrebbe tifato per nessuno, almeno pubblicamente, ma, con i padroni di casa messi fuori gioco dalla Germania di Ratzinger, domenica 13 luglio il supporter numero uno dell’Argentina non si lascerà sfuggire l’occasione di seguire la sua nazionale in tv da Santa Marta. E chissà che la “mano de Dios” non ci sia anche questa volta.

Una cosa è sicura: i due Papi non vedranno la finale insieme, né si sfideranno a colpi di birra e di mate. Al di là del tifo calcistico, però, il magistero di Bergoglio e Ratzinger sullo sport e in particolare sul calcio, come del resto quello della Chiesa di Roma da San Paolo a San Giovanni Paolo II, è molto ricco. Incontrando le nazionali italiana e argentina alla vigilia dell’amichevole che si tenne nell’agosto dello scorso anno, Francesco mise il dito nella piaga, rivolgendosi soprattutto ai dirigenti sportivi: “Il calcio, come alcune altre discipline, è diventato un grande business! Lavorate perché non perda il carattere sportivo. Anche voi promuovete questo atteggiamento di ‘dilettanti’ che, d’altra parte, elimina definitivamente il pericolo della discriminazione. Quando le squadre vanno per questa strada, lo stadio si arricchisce umanamente, sparisce la violenza e tornano a vedersi le famiglie sugli spalti”.

Parole che a distanza di un anno, purtroppo, suonano di grandissima attualità. E ai giocatori italiani e argentini Bergoglio sottolineò la loro “responsabilità sociale”. “Uno sportivo – spiegò loro il Papa – pur essendo professionista, quando coltiva questa dimensione di ‘dilettante’, fa bene alla società, costruisce il bene comune a partire dai valori della gratuità, del cameratismo, della bellezza. E questo vi porta a pensare che, prima di essere campioni, siete uomini, persone umane, con i vostri pregi e i vostri difetti, con il vostro cuore e le vostre idee, le vostre aspirazioni e i vostri problemi. E allora, anche se siete dei personaggi, rimanete sempre uomini, nello sport e nella vita. Uomini, portatori di umanità”.

Nei suoi scritti Ratzinger si domanda, invece, dove risieda il fascino del calcio. “Con il gioco – sottolinea Benedetto XVI – si intende un’azione completamente libera, senza scopo e senza costrizione, che al tempo stesso impegna e occupa tutte le forze dell’uomo. In questo senso il gioco sarebbe una sorta di tentato ritorno al paradiso: l’evasione dalla serietà schiavizzante della vita quotidiana e della necessità di guadagnarsi il pane, per vivere la libera serietà di ciò che non è obbligatorio e perciò è bello. Così il gioco va oltre la vita quotidiana. Ma, soprattutto nel bambino, ha anche il carattere di esercitazione alla vita. Simboleggia la vita stessa e la anticipa, per così dire, in una maniera liberamente strutturata”.

Per Ratzinger “il fascino del calcio sta essenzialmente nel fatto che esso collega questi due aspetti in una forma molto convincente. Costringe l’uomo a imporsi una disciplina in modo da ottenere con l’allenamento, la padronanza di sé; con la padronanza, la superiorità e con la superiorità, la libertà. Inoltre gli insegna soprattutto un disciplinato affiatamento: in quanto gioco di squadra costringe all’inserimento del singolo nella squadra. Unisce i giocatori con un obiettivo comune; il successo e l’insuccesso di ogni singolo stanno nel successo e nell’insuccesso del tutto. Inoltre, insegna una leale rivalità, dove la regola comune, cui ci si assoggetta, rimane l’elemento che lega e unisce nell’opposizione. Infine, la libertà del gioco, se questo si svolge correttamente, annulla la serietà della rivalità”. E chissà se domenica sera “qualcuno riuscirà a fare un gol come quello di Pontoni”. E’ la speranza di Papa Francesco ripensando alla sua gioventù, quando all’età di 10 anni, nel 1946, rimase affascinato dalla rete dell’attaccante argentino René Pontoni che consegnò al suo San Lorenzo il terzo titolo nazionale. Una rete che questa volta potrebbe consegnare la terza stella mondiale alla sua Argentina.

Twitter: @FrancescoGrana