Lo scontro con i rigoristi e la commissione Ue è appena iniziato, ma da ieri Matteo Renzi ha ufficialmente al suo fianco anche Giorgio Napolitano, già mentore e dante causa politico dei governi del rigore di Monti e Letta: “Bisogna dire che abbiamo fatto molto negli ultimi anni: l’aggiustamento della finanza pubblica che c’è stato in Italia può sfidare qualsiasi termine di paragone”, ha scandito il presidente della Repubblica ricevendo l’esecutivo europeo per l’inaugurazione del semestre italiano alla guida del Consiglio dell’Unione.

Al premier italiano, peraltro, serve tutto l’aiuto possibile visto che la faccenda è tanto complicata quanto rilevante per la carne e il sangue di milioni di italiani. Giova ripetere: i conti italiani sono in parte migliorati in questi anni, al prezzo però di una violenta recessione economica innescata dalle pesanti manovre di tagli e tasse susseguitesi dall’estate 2011 (una compressione della spesa pubblica o un aumento delle imposte hanno, infatti, sempre un effetto recessivo).

Di cosa parliamo nel merito? È semplice: solo per rispettare i vincoli di bilancio contrattati in Europa dai suoi predecessori per il 2015, questo governo dovrebbe in autunno effettuare una manovra da 20 miliardi di euro (una correzione del rapporto decificit/Pil dell’1,2%). Se poi, come ha promesso Renzi volesse confermare gli 80 euro, dovrebbe trovare altri dieci miliardi. Per estendere il bonus a pensionati e incapienti altrettanti. Una manovra di queste dimensioni semplicemente ucciderebbe l’Italia.

Gli analisti di Mediobanca securities – pure assai ottimisti per il 2015-2016, anche per via di presunte “iniziative keynesiane” sugli investimenti pubblici che Renzi si appresta a mettere in campo – prevedono problemi già per il 2014: la crescita del Pil inferiore al previsto 0,8% (e lo scostamento dello 0,2% dagli obiettivi già certificato dalla Ue) costringeranno l’esecutivo a una correzione in corsa da 10 miliardi per rimanere col deficit sotto al 3% del Pil. “Le cose potrebbero dover peggiorare prima di poter migliorare”, si legge nel report pubblicato ieri.

Questa è insomma la dimensione della partita che si gioca tra Roma, Berlino e Bruxelles. Le trattative tra i socialisti europei (a cui è affiliato il Pd di Matteo Renzi) e i popolari europei egemonizzati dall’asse del rigore sono in corso: i primi potrebbero affossare la candidatura di Jean Claude Juncker alla guida della commissione Ue se non si troverà un accordo su una interpretazione più flessibile del Patto di Stabilità (e crescita, aggiungono sempre gli italiani). I sostenitori del neo-capogruppo a Strasburgo del Ppe, Manfred Weber – che mercoledì ha duramente attaccato l’Italia e il suo premier per la pretesa di avere maggiore flessibilità sui conti pubblici – si fanno forti del documento programmatico 2014-2019 dei Popolari europei rivolto alla prossima commissione: le regole del Patto, c’è scritto, “devono essere pienamente applicate e rispettate” e “non deve esserci nessun cambiamento o concessione motivata da ragioni politiche”. Non solo: “l’Eurozona deve essere guidata da un presidente permanente dell’Eurogruppo che deve essere anche il commissario agli Affari economici e monetari”. In sostanza, un guardiano dei bilanci dei Piigs.

La guerra, comunque, è ancora ai suoi inizi: si schierano le truppe, si verifica la tenuta del fronte avverso. Angela Merkel, per dire, ieri ha parlato con toni aulici del fatto che la Germania nel 2015 raggiungerà il pareggio di bilancio: “È un cambio di paradigma nella storia della Repubblica federale tedesca”. Un messaggio al suo elettorato che dovrebbe suonare assai preoccupante anche in Italia.

Troppo diffidenti? Basta sentire Jens Weidmann, presidente della Bundesbank (un po’ il santuario del rigore), che ieri sera è intervenuto al consiglio economico della Cdu (il partito della Cancelliera) notando con sottile malizia: “Il premier italiano dice che la fotografia dell’Europa è il volto della noia e ci dice cosa dobbiamo fare”. Roba da matti, avrebbe detto se non fosse così educato. Niente critiche dirette a Mateo Renzi, non si usa, ma una serie di stilettate: “Le riforme vanno fatte, non solo annunciate”; “i tassi sui titoli di Stato italiani e spagnoli non sono mai stati così bassi” e “c’è da temere che non vengano usati per fare le riforme ma per finanziare altre spese”; “fare più debiti non è il presupposto della crescita”.

Matteo Renzi ieri non ha parlato di politica economica, ma s’è visto col ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan per fare il punto della situazione prima del bilaterale di oggi con la Commissione Ue e dell’Ecofin di lunedì prossimo: la manovra non serve, continua a sostenere il governo. Il punto è che non si tratta di una scelta tecnica: come sempre, prima si deciderà la battaglia politica, poi regolamenti, esperti e consiglieri del principe seguiranno. Persino se tedeschi.

Dal Fatto Quotidiano del 4 luglio 2014