Ma le donne libere e indipendenti no! E’ questa la logica che ha guidato la Conferenza Stato-Regioni per ripartire i fondi previsti dalla cosiddetta legge sul femminicidio?

Seimila euro suddivisi in due anni: sono i finanziamenti  “certi e costanti” che il Governo erogherà per aiutare i centri antiviolenza delle donne a non chiudere. Una presa in giro alla quale D.i.Re, l’associazione nazionale dei centri antiviolenza, ha risposto  con un duro comunicato stampa.

I criteri di ripartizione proposti dalla Conferenza Stato-Regioni sono stati pubblicati due giorni fa sul Sole 24 Ore, e ne aveva scritto anche Marina Terragni sul suo blog.  La maggior parte dei finanziamenti (circa 9 milioni di euro) andranno alle Regioni per  i progetti già in essere sulla base di bandi.  Altri cinquemilioni di euro andranno a finanziare nuovi centri che probabilmente nasceranno su input istituzionale: con quale metodologia, competenze, formazione? Non si sa. E’ probabile che sorgeranno come funghi dopo la pioggia, in Lombardia pare ne stiano “covando” una quarantina. In altre regioni chissà.

La richiesta avanzata dai Centri antiviolenza, che da oltre vent’anni lavorano sul campo, di ricevere finanziamenti che li sostengano è stata respinta per una scelta politica tutta tesa a prendere il controllo dei percorsi delle donne che vogliono dire basta alla violenza. Saranno finanziate soprattutto reti di carattere istituzionale, contro quanto affermato dalla Convenzione di Istanbul che privilegia il lavoro dei centri di donne indipendenti, il tutto sulla base di una programmazione fatta dalla Regione.  

E allora come possiamo spiegare  la ripartizione dei fondi per i centri antiviolenza proposta dalla Conferenza Stato-Regioni se non con  logiche di controllo e anche (gli amici degli amici, of course) clientelari?

La cosiddetta legge sul femminicidio e i codici rosa adottati in alcuni ospedali sono un segnale chiaro: le donne che subiscono violenza sono soggetti deboli da tutelare, da guidare, da salvare, da controllare con la proposizione o imposizione di procedure. I centri antiviolenza invece costruiscono i percorsi insieme alle donne e lavorano  per riaffermarne la dignità, l’autodeterminazione, la forza e  i  diritti  e denunciando le cause che sottraggono loro potere e indipendenza. Quando parlo di restituzione di potere alle donne intendo il potere su loro stesse, perché  la strada maestra per aiutare le donne ad uscire dalla violenza è fatta con la restituzione di quel potere che è stato sottratto simbolicamente, culturalmente e alla fine anche nella relazione affettiva.  

Ma la ripartizione dei fondi è tesa anche a sostenere  un associazionismo gradito ai partiti di governo, piuttosto che quello di donne libere ed indipendenti che ricordano carenze  e lacune della politica italiana nel contrasto della violenza contro le donne; che rimarcano le procedure istituzionali che causano alle donne vittimizzazione secondaria; che esigono risposte che le istituzioni non vogliono dare. Perché tra centri antiviolenza e istituzioni è in atto da sempre una  partita dove “io so che tu sai che io so” che non siamo affatto amici.  Perché noi chiediamo che le donne si sottraggano alla violenza e contrastiamo la cultura che la alimenta e la  mantiene  in vita e troppo spesso l’ istituzione invece di essere garante di diritti è intrisa in quella cultura fin nel midollo. Noi siamo le antagoniste delle istituzioni e  in un Paese conservatore e patriarcale come l’Italia non possiamo e forse non dobbiamo, se facciamo bene il nostro lavoro, avere vita facile.

Però ora basta. Ci siamo fatte prendere in giro abbastanza. Ci hanno preso in giro anche lo scorso autunno quando ci hanno chiamate a Roma per sedere ai tavoli interministeriali. Sono stati interrotti senza alcuna spiegazione. E’ questo il rispetto che i politici hanno del nostro tempo e del poco denaro dei nostri centri, quello che abbiamo speso per andare agli incontri finalizzati anche a rinnovare il Piano Nazionale contro la violenza alle donne. Scaduto nel novembre 2013 non è stato ancora rinnovato.

Non possiamo e non dobbiamo più permettere che ci prendano in giro. Dobbiamo dare un segnale a partire dalla restituzione di quei tremila euro annui: il centro antiviolenza Demetra Donne in aiuto se e quando li riceverà, farà un assegno e lo restituirà al mittente

Abbiamo due scelte davanti a noi: una è quella di riconsegnare alle istituzioni  i servizi a sostegno delle donne lasciando loro tutto il  peso e la  responsabilità ma controllando che la loro metodologia e i loro interventi non vìolino i diritti delle donne e non producano vittimizzazione secondaria. Abbiamo fior di esperte e avvocate per poterlo fare.

Oppure possiamo essere autonome rispetto ai finanziamenti pubblici.

Nella Bassa Romagna stiamo per aprire la Casa Rifugio senza un euro di finanziamento pubblico. Quanto le istituzioni locali rispetteranno la Convenzione di Istanbul che sarà attiva dal 1° agosto e quanto riconosceranno il lavoro che il nostro centro svolge da dieci anni sul territorio? Lo verificheremo molto presto.

@Nadiesdaa