Ad Alan Friedman che lo intervista per La7, Massimo D’Alema risponde orgoglioso: “Abbiamo fatto questa fondazione, legata al Parlamento europeo, sul modello tedesco, e io ne sono il presidente”. La fondazione in questione è la Feps, Foundation for European Progressive Studies, pensatoio del progressismo europeo, più prosaicamente, l’area dei socialisti europei. D’Alema ne è il presidente fin dalla nascita, nel 2008-2009 e, come vedremo, al suo interno ha portato sempre una cerchia ristretta di fedelessimi.

Il “modello europeo” significa, di fatto, il finanziamento pubblico da cui, come le fondazioni dei partiti in Germania, proviene la maggior parte dei fondi. Nel caso in questione, il finanziamento europeo, circa 3 milioni di euro l’anno, copre, come da regolamento, l’85 per cento delle spese documentate, lasciando ai soci fondatori delle fondazioni sovranazionali l’onere di recuperare il restante 15 per cento.

Dalle casse di Bruxelles, dal 2008 a oggi, i soldi affluiti nelle casse della Peps ammontano a 16,7 milioni di euro. Per il 2014 la previsione di entrata è di 3.086.695 euro che andrà poi confermata nella seconda metà dell’anno. Negli anni precedenti lo scarto tra quanto previsto e quanto poi effettivamente incassato è sempre stato molto minimo. Nel 2012, ultimo anno di liquidazione accertata, le entrate furono di 2.794.525 euro e l’anno precedente 2.709.255. Cifre in rapida ascesa rispetto ai fondi di inizio avventura: nel 2008, infatti la Feps ebbe dall’Europa “solo” 1.208.436 euro ma erano riferiti solo a una parte dell’anno.

Come ovvio, questi soldi non sono di proprietà diretta di Massimo D’Alema che, in quanto presidente di una Fondazione pluri-nazionale e pluri-partitica è solo il rappresentante ufficiale. Nel team che lavora alla Feps, ad esempio, c’è solo un italiano, il segretario generale viene dal potente sindacato tedesco, Dgb, i fondi sono destinati per un terzo agli stipendi, ma una buona fetta, 1.162.727 euro, sono stati spesi per “Meeting e costi di rappresentanza”, quindi orientati dal presidente.

Per ottenere i finanziamenti il regolamento prescrive che, oltre ad avere personalità giuridica “diversa da quella del partito” e non “promuovere fini di lucro”, la fondazione deve “essere affiliata a un partito politico a livello europeo riconosciuto dal regolamento” e deve avere un “organo di gestione con una composizione equilibrata a livello geografico”. Il rapporto con i partiti, quindi, esiste e non esiste, nella classica sfumatura di grigio che si utilizza in questi casi. Formalmente siamo di fronte a un progetto dal profilo culturale che vede come partner le fondazioni culturali di tutti i paesi europei, alcune molto illustri come la Fabian Society inglese, la francese Jean Jaurès o l’Olof Palme International centre svedese. L’affiliazione a un partito, in questo caso il Pse – che, come vedremo ha i suoi fondi – è però decisiva e solo l’abilità dell’ex segretario Ds è riuscita a portare la fondazione nella propria orbita esclusiva.

La mano di D’Alema è evidente nella cerchia di sigle e uomini che figurano nella Feps. Nel “bureau” della fondazione, oltre al presidente, ai vice-presidenti, ai membri di ufficio ci sono i rappresentanti delle fondazioni nazionali. Tra questi, come segretario di ItalianiEuropei, c’è Andrea Peruzy, che costituisce un solido braccio destro dell’ex presidente del Consiglio tale da aver fatto parte di consigli di amministrazione importanti come l’Acea di Roma, da cui è uscito, o la Banca del Mezzogiorno creata da Giulio Tremonti. Le altre fondazioni che affiancano quella di D’Alema, e di Giuliano Amato, costituiscono una sorta di “unità della sinistra” in sedicesimo: la Fondazione Socialismo presieduta dall’ex craxiano Gennaro Acquaviva, il Centro per la Riforma dello Stato, fondata da Pietro Ingrao, lo storico Istituto Gramsci, ma anche l’associazione Bruno Trentin di proprietà della Cgil. Per ognuno di queste componenti c’è un posto nel Consiglio scientifico della Peps: da segnalare, sempre per ItalianiEuropei, la presenza del viceministro allo Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti, dal peso politico oggi rilevante soprattutto nelle crisi industriali.

La fondazione dalemiana non è l’unica a ricevere fondi europei. Tutte le varie componenti godono del ricco privilegio. La più ricca è quella del Ppe, Martins Centre con circa 4,5 milioni di euro all’anno; i liberali, con il Liberal Forum, ne ricevono 1,3 mentre i Verdi, con la Green Europe Foundation, arrivano a 927 mila euro l’anno. Anche la sinistra “radicale” ha i suoi fondi con la fondazione Trasform, che ha un suo corrispettivo in Italia la cui attività, da quanto risulta dal sito, non è consultabile.

Nel bilancio europeo, relativo al 2014, sono stati stanziati, per tutte le fondazioni, oltre 14 milioni di euro. A questi vanno aggiunti i 27,7 milioni destinati, invece, ai partiti europei, quelli cioè che sono rappresentati “in almeno un quarto degli stati membri da membri del Parlamento europeo o da membri dei parlamenti nazionali o regionali”. Il più grande, il Ppe, riceverà per quest’anno circa 9,5 milioni di euro, il Pse ne prenderà 6,3, i Verdi 1,9 mentre 1,2 milioni di euro andranno al Partito della sinistra europea di cui fa parte Rifondazione comunista. Ma ci sono anche i 2,8 milioni per i liberali e l’1,9 per i Conservatori e Riformisti. Ci sono 650 mila euro annui che vanno al Partito democratico di François Bairou e Francesco Rutelli (oltre a 300 mila euro alla loro fondazione), 454 mila euro all’Alleanza europea per la libertà di Marine Le Pen e Matteo Salvini. Anche per loro l’Europa è una manna dal cielo.

Da Il Fatto Quotidiano di domenica 22 giugno 2014