Dal “disastro montiano” al plebiscito per Renzi, passando per una destra che Gianfranco Fini vorrebbe costruire per chi non si sente né berlusconiano né meloniano. È la premessa con cui l’ex presidente della Camera ed ex leader di An ha promosso l’assemblea romana del prossimo 28 giugno, “L’Italia che tu vorresti – le tue idee per una destra che non c’è”, tentando una nuova discesa in campo dopo l’epilogo di Futuro e Libertà che alle scorse politiche è rimasta fuori dal Parlamento.

È possibile una nuova destra, moderna, europeista e non populista?
Mi auguro di sì, perché ne ha bisogno l’Italia. Nel senso che definire il contenuto di una politica partendo dalla collocazione geografica è del tutto inutile, in quanto non ci si può limitare a dire destra, sinistra o centro senza fare lo sforzo di individuarne i contenuti. Ed è anche lo sforzo che mi accingo a fare il prossimo 28 giugno, quando non a caso l’assemblea si intitolerà “L’Italia che tu vorresti – le tue idee per una destra che non c’è”.

Con quali obiettivi?
Si tratta di un’assemblea aperta dove l’idea è di ascoltare le testimonianze dei presenti. Gli spunti per il dibattito partono dal senso dello Stato, che considero l’antidoto al populismo e alla demagogia, dalla legalità e dalle riforme.

Una destra europeista o euroscettica?
L’Europa è rimasta a metà del guado: dopo il fallimento del referendum francese e olandese sul Trattato costituzionale l’Ue è andata avanti con il metodo intergovernativo e non con quello comunitario. Il voto dello scorso maggio lo ha dimostrato: dobbiamo ricostruire l’Europa, andando avanti e non indietro.

Come essere riformisti da destra?
In primis toccando l’assetto della Repubblica: non solo il Presidenzialismo, che mi fa piacere torni essere oggetto di dibattito, ma riformare il monocameralismo senza pasticci. Penso alla necessità di referendum propositivi, alla revisione totale del titolo V, ricordando che il nodo è dato dall’inganno del federalismo, in quanto i servizi al cittadino sono peggiorati mentre purtroppo la spesa pubblica è aumentata.

Dopo la rottura con Berlusconi e l’epilogo di Fli, perché tentare di nuovo? Meglio una Leopolda di centrodestra o trovare un Tsipras di destra?
Il centrodestra del futuro credo non debba prendere spunto da nessuna delle due, ma dovrebbe ripartire dai temi: più che guardare l’etichetta della bottiglia cerchiamo di valutarne il contenuto. Esso potrà avere un mercato ed essere nuovamente ricercato dal consumatore, ma è triste che nessuno osservi come l’intera area in due anni abbia perso circa sette milioni di voti. Significa che l’offerta complessiva non intercetta più il consenso. Per queste ragioni non mi interessa partire da un luogo fisico come la Leopolda o da una persona come un Tsipras di destra, anche perché i leader non si battezzano, ma nascono dal basso.

Dopo Granata passato a Green Italia, Della Vedova tra i montiani, un’altra ex finiana come Giulia Bongiorno si accasa altrove, aderendo all’iniziativa di Corrado Passera: possibile un dialogo?
Ho l’impressione che non sia stata ben valutata dai promotori la fase che stiamo vivendo: il combinato disposto tra il successo di Renzi e il disastro montiano secondo me ha posto la parola fine all’ipotesi di supplenza da parte della società civile nei confronti della politica, che oggi è tonata ad essere centrale. La discesa in campo di forze extra politiche si scontra con due dati: il fallimento di Scelta civica e il fatto che Renzi abbia riportato il suo partito, e quindi la politica, al centro.

Proprio Renzi fa ha parlato di Partito della nazione, come proposto in passato anche dal suo terzo polo. Rimpianti?
Se il centrodestra non farà un bagno di umiltà e di approfondimento rischierà di offrire al premier una vera e propria prateria, tale da rendere non velleitario il suo riferimento al Pd come Partito della Nazione. Ma vi pare possibile che la riforma annunciata della Pa, che va in una direzione che la destra dovrebbe gradire, prosegua senza che proprio da destra ci sia una voce di commento? Dovremmo evitare che Renzi giochi la sua partita sostanzialmente senza competitors.

Quali gli errori dell’esperienza pidiellina e montina da non ripetere?
L’errore capitale nel Pdl fu quello di non organizzarlo con una forma partito, quindi con dibattito interno e regole. Le leadership era molto forte, ma alla fine era divenuta autocratica in quanto, come si sta accorgendo adesso anche Fitto, ciò che si era inserito nello statuto è rimasto lettera morta. Ne sono la prova emblematica: il Pdl ha votato una sola volta su di un singolo provvedimento, quello che mi dichiarava incompatibile, senza nemmeno che io fossi presente.

E Fli che si fonde con i montiani? Lo rifarebbe?
Fu il frutto del pasticcio di una lista sola al Senato contro tre alla Camera e dell’assenza di una manifestazione comune: sembrava una convivenza obbligata e non sincera. Non essendoci inoltre un minimo comun denominatore non c’è stata neanche un’anima identitaria che potesse risultare convincente soprattutto per gli elettori di destra.

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