Il presidente della Commissione europea è sì indicato dai governi, ma deve anche avere una maggioranza al Parlamento europeo. Da qui lo stallo, complicato dal fatto che i grandi partiti hanno perso consensi. Una proposta per riunire i ruoli di presidente della Commissione e del Consiglio europeo.

, 17 giugno 2014, lavoce.info

Due Presidenti per l’Europa

Il governo dell’Unione europea è condiviso da due istituzioni. Da un lato, il Consiglio europeo, formato dai capi di governo degli Stati membri, il quale, come dice il trattato Ue, “definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali” dell’Unione. Dall’altro, la Commissione europea, formata da commissari individuati dai governi nazionali, che trasforma gli orientamenti politici del Consiglio in proposte legislative e vigila sulla loro esecuzione. Entrambe queste istituzioni, dopo le elezioni europee, devono trovare un nuovo presidente in sostituzione, rispettivamente, di Herman Van Rompuy e Josè Manuel Barroso.

Per il Consiglio europeo la procedura di nomina è una questione strettamente intergovernativa. Sono i capi di governo che devono individuare, mediante un negoziato diplomatico, la figura adatta a coordinare i loro lavori. Il Trattato si limita a stabilire che il presidente è eletto dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata.
Per la Commissione la questione è assai più complicata. Il Trattato di Lisbona infatti ha, per così dire, iniettato nella procedura di nomina del suo presidente il “virus della democrazia”. Tale procedura infatti ha perso il carattere quasi interamente ‘intergovernativo’ ed è stata collegata al risultato ‘politico’ delle elezioni europee. Prima di Lisbona, il presidente della Commissione era designato dai governi degli Stati membri e approvato dal Parlamento europeo. Dopo Lisbona, i governi degli Stati mantengono il potere di proposta del presidente ma, in base all’articolo 17 del Trattato UE, questo potere deve essere esercitato“tenuto conto” del risultato delle elezioni europee. Il Parlamento, a sua volta, non è più chiamato semplicemente ad approvare la designazione degli Stati, ma deve votare a maggioranza dei suoi membri a favore o contro la proposta degli Stati. Senza una maggioranza parlamentare che lo sostiene non può essere eletto alcun presidente della Commissione europea.

Gli effetti della iniezione del “virus della democrazia” compiuta dall’articolo 17 del Trattato si sono manifestati già durante le elezioni. Per la prima volta infatti le famiglie politiche europee hanno indicato i loro candidati di gruppo, i cosiddetti spitzenkandidaten alla presidenza della Commissione: Martin Schulz per i socialisti, Jean-Claude Juncker per i popolari, Guy Verhofstadt per i liberali, Alexis Tsipras per la sinistra, e così via. Dunque, per la prima volta, gli elettori europei avrebbero avuto la possibilità di esprimersi direttamente ed esplicitamente in merito alla persona che deve guidare una parte importante del governo dell’Unione. Il condizionale si impone perché moltissimi elettori – adeguatamente disinformati dai loro politici nazionali – di fatto non hanno avuto la consapevolezza del complesso delle implicazioni in gioco con il voto europeo.

Il risultato delle elezioni, prevedibilmente, non ha dato indicazioni definitive, in quanto nessun gruppo ha ottenuto la maggioranza necessaria per eleggere da solo il proprio candidato. Il gruppo più votato è risultato il Partito popolare europeo, ma con solo il 29,4 per cento, seguito dal Partito socialista europeo con il 25,4 per cento. Inoltre entrambi i gruppi hanno perso seggi a favore di eletti appartenenti a partiti nazionali euroscettici.

In questo contesto, chi dovrebbe essere eletto presidente della Commissione europea? Due posizioni si confrontano nelle cancellerie nazionali. Da un lato, vi è chi ritiene che per “tener conto” del risultato delle elezioni europee – come impone appunto l’articolo 17 – gli Stati dovrebbero proporre quale presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, in quanto candidato del partito più votato, probabilmente capace di raccogliere intorno a sé la maggioranza dei voti del Parlamento europeo. Dall’altro, vi è chi – in particolare il premier inglese David Cameron – ritiene che Junker non debba essere proposto. Contro di lui Cameron fa valere argomenti che si basano sul rispetto della democrazia in senso sostanziale: i cittadini europei hanno eletto i rappresentati al Parlamento, non lui; nessuno lo ha veramente e consapevolmente scelto; il suo nome non era sulla scheda elettorale. Ma il vero problema di Cameron è il rafforzamento del ruolo della Commissione rispetto al Consiglio europeo. Se il nome del presidente della Commissione viene collegato al risultato delle elezioni europee, quest’ultima perde, almeno in parte, la sua natura di organo tecnico-burocratico vassallo degli Stati, e diventa un rilevante interlocutore politico, grazie alla legittimazione democratica che le deriva dal legame politico-istituzionale con la maggioranza nel Parlamento europeo. Di fatto, sarebbe un rafforzamento dell’Europa politica e una sconfitta dell’Europa dei governi.

La mossa del cavallo

Esiste però anche una terza possibilità che, per i suoi effetti spiazzanti, chiamerei la “mossa del cavallo”. Nelle circostanze descritte, candidare Jean-Claude Juncker non è l’unico modo di “tener conto” del risultato delle elezioni. In effetti la sostanza di questo risultato è che i grandi partiti tradizionali, Ppe compreso, hanno perso consensi, mentre è aumentato esponenzialmente il numero di cittadini che vogliano cambiare (non distruggere) l’Unione Europea e le sue politiche. Abbandonare la candidatura di Juncker per cercare una persona con idee innovative che guidi il cambiamento non sarebbe né politicamente scandaloso né giuridicamente irrispettoso dell’articolo 17. A una condizione però: che i governi degli Stati membri stabiliscano che il nuovo presidente della Commissione assuma anche la guida dei lavori degli Stati stessi, ossia diventi anche presidente del Consiglio europeo. In altri termini, dovrebbero essere riuniti sotto un unico cappello i ruoli che sino a oggi sono stati coperti da Barroso e Van Rompuy. Sarebbe una mossa che, senza alcuna modifica dei trattati, ricondurrebbe a unità il governo dell’Unione, avallerebbe politicamente l’azione della Commissione e imporrebbe agli Stati l’assunzione della responsabilità delle politiche europee.
Già, questo è il problema: la mossa del cavallo stanerebbe i veri re e regine d’Europa. Con rischio di dar loro scacco matto.