Ieri è stato annunciato che le tracce di Dna trovate sugli indumenti di Yara Gambirasio e lasciate presumibilmente dal suo assassino appartengono ad un muratore di 44 anni, Massimo Giuseppe Bossetti.

Come si è giunti a questa identificazione?

Una volta trovate alcune tracce di sangue sugli indumenti di Yara, e non appartenenti a nessuna persona di sua conoscenza, gli inquirenti ne hanno estratto il Dna e iniziato a testare se possibili sospetti avessero un profilo genetico compatibile.

In realtà, il Dna di due individui è identico per una percentuale altissima (ben oltre il 99%) tuttavia possono essere isolate delle sequenze nella parte che non coincide e che sono peculiari per ogni persona. Le tracce di Dna sono “moltiplicate” tramite una procedimento chiamato Pcr (Polymerase Chain Reaction), ideato dal premio Nobel Kary Mullis negli anni Ottanta, quindi anche minime quantità di materiale biologico permettono di ottenere abbastanza materiale per un’analisi attendibile.

Le sequenze di Dna analizzate permettono non solo di identificare se i due campioni di Dna derivano dalla stessa persona, ma anche se appartengono ad individui con un rapporto di parentela. Il Dna è identico solo nel caso di gemelli omozigoti (uguali). In questo caso il presunto assassino ha una sorella gemella, ma che non è chiaramente identica a lui.

La svolta delle indagini è arrivata nel 2012. Un possibile sospetto, un ragazzo che frequentava una discoteca nei paraggi ove è stato ritrovato il corpo di Yara, aveva in effetti un profilo del Dna che era significativamente simile con quello del presunto assassino. A questo punto, gli inquirenti hanno iniziato a testare il Dna di tutti i parenti dell’uomo, nella speranza di individuare il “match perfetto”. Addirittura, è stato possibile ottenere il Dna dalle tracce di saliva presenti su una marca da bollo della patente di un uomo deceduto nel 1999, un autista di Gorno, Giuseppe Guerinoni, e imparentato con il primo sospetto. Il campione aveva una compatibilità altissima e indicava chiaramente che il presunto assassino potesse essere suo figlio. Tuttavia, l’analisi del Dna di tutti i figli noti dell’uomo li ha scagionati completamente. Per risolvere questo apparente rompicapo, è nata l’ipotesi che il presunto assassino potesse essere un figlio illegittimo nato da una relazione di oltre quaranta anni prima. Dopo un’indagine a tappeto, è stato individuato il presunto assassino. Gli inquirenti hanno raccolto un suo campione biologico tramite un falso test dell’etilometro e a questo punto il Dna raccolto ha presentato un’identità molto elevata con quello trovato sugli indumenti di Yara.

La definizione di “presunto assassino” è doverosa. L’analisi ci dice che il Dna di Massimo Giuseppe Bossetti è con una probabilità altissima (solo un campione su cinque milioni ha questo grado di compatibilità) lo stesso trovato nelle tracce di sangue sugli indumenti di Yara. Un avvocato potrebbe arguire che in una nazione di 60 milioni di abitanti (come l’Italia) ci sono 12 individui che sarebbero positivi a questo test. Non sarebbe la prima volta che una persona è incolpata ingiustamente. Tuttavia, in questo caso ci sono anche una serie di altre evidenze che sembrano accusare in modo molto preciso il sospetto, ad esempio l’aggancio del suo cellulare alla cella della zona ove è stata uccisa Yara.