“Sono convinto che quella dei richiami vivi, ancorché antica e radicata in molte regioni italiane, sia una pratica inaccettabile. Avvierò con il Ministero dell’Agricoltura, competente assieme all’Ambiente nella materia, una interlocuzione serrata per definire una road map che, al di là della doverosa osservanza delle normative comunitarie, individui una exit strategy, anche europea, da questa prassi”. Così il ministro Galletti (Udc) il 9 maggio scorso in una intervista a La Repubblica. Lodevole iniziativa esplicitata in un singolare linguaggio anglofilo.

Peccato che quando il M5S ha presentato alla Camera una proposta di modifica della legge sulla caccia che espressamente prevedeva l’abolizione dei richiami vivi, essa sia stata bocciata ieri in aula. A favore dell’abolizione hanno votato il Movimento 5 Stelle, Sel, Scelta civica, buona parte di Forza Italia, gran parte del Gruppo misto. Contro l’emendamento hanno votato il Pd, la Lega, Fratelli d’Italia, sostenuti dal parere del Governo.

Può darsi che il ministro Galletti abbia in testa una exit strategy diversa da quella presentata dal M5S. Una cosa è certa ed accertata ancora una volta. Che quando si tratta di difendere i diritti dei cacciatori, il Pd è sempre in prima linea, come del resto la Lega, che in Lombardia e Veneto ha un sacco di fan con le doppiette nell’armadio.

Contro l’Italia, proprio per la barbara pratica dei richiami vivi, c’è una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea. Domanda da uomo della strada: perché quando ce lo chiede l’Europa (o almeno così dicono) facciamo le grandi opere inutili, mentre non siamo altrettanto solleciti a salvare la fauna?