Massimo ed io ci siamo incontrati per la prima volta su un palcoscenico, addirittura sotto un enorme chapiteau, a Roma, in un teatro da circo equestre che poteva ospitare più di duemila spettatori alla volta. Quella sera ce n’erano in abbondanza, tanto che gli organizzatori diedero ordine di far scorrere i teloni laterali dello chapiteau per permettere alla gente rimasta fuori dal cerchio di ascoltare almeno le voci degli attori che si sarebbero esibiti uno appresso all’altro. Il caso volle che con Franca noi si recitasse brani del Mistero buffo in cui sulla scena entrambi, io e Franca, apparivamo nelle vesti di Lazzaro, Gesù, la Madonna (naturalmente Franca), disperata e furente nel suo grido sotto la croce. Poi, subito appresso alla nostra esibizione, ecco apparire Massimo Troisi. Ci abbracciamo con calore e io e Franca ci sediamo ai lati del palco per assistere al suo monologo. In una forma di grottesco a dir poco surreale, egli interpretava il personaggio della Madonna. Per indicare quel ruolo, si era appoggiato un misero fazzoletto sul capo. Quel lembo di tela bianca era sufficiente a sottolineare ogni suo gesto, delicato e limitato solo a brevi cenni.

Massimo Troisi, eroe nazionale di stampo partenopeo, istrione geniale del cinema comico e dal carattere schivo e diffidente, se n’è andato ormai vent’anni fa. In questi due decenni il suo nome è stato (quasi) sempre pronunciato in occasione della ricorrenza della sua scomparsa senza soffermarsi mai seriamente sulle sue opere ed interpretazioni.

Eppure Massimo, con la sua comicità e con quella insicurezza tipica del mamo partenopeo, ha sempre lottato contro i cliché che gli venivano imposti. Lo ha fatto soprattutto in ambito artistico, quando è diventato il capofila del nuovo cinema napoletano, facendolo uscire da quella tradizione di commedie da divano e pantofole in cui si era arenato. Per questo motivo il ‘guaglione garbato’ di San Giorgio a Cremano è considerato erede dell’Eduardo delle origini, figlio della tradizione napoletana irridente e al contempo struggente.

La produzione di Massimo Troisi – oltre che colma di amara ironia – è di fatto all’insegna della spontaneità e per questo, come accade per me, è ritenuta di difficile catalogazione. Massimo era un geniale umorista che con il suo modo di parlare confuso e frammentario ricordava tanto il grammelot. E quell’umorismo che tutti ricordiamo si fonda sulla semplicità e sul pessimismo, con un risultato mai superficiale dove il Pulcinella triste e senza maschera, in ogni sua opera portava in scena se stesso, la sua fragilità, la follia, la sua poesia.

Troisi conosceva bene il teatro mio e di Franca e, come noi, ha studiato e stimato la Commedia dell’Arte. Come me era figlio di un ferroviere, come me era cresciuto in provincia in una casa chiassosa con fratelli e sorelle, zii e nonni memorabili. Come me, agli inizi della sua carriera, aveva conosciuto gli ambienti del cabaret della sua città. E come me era un giullare talvolta malinconico. Per questo lo sento particolarmente vicino, quasi un fratello nell’arte, che ha saputo con tanta delicatezza e maestria produrre nel pubblico uno straordinario moto di commozione e riflessione che ancora oggi, soprattutto oggi, risuona sommessamente in tutti noi.