Cough syrup” e “My body” sono i titoli dei due singoli molto “radio friendly” che li hanno fatti conoscere al mondo: loro sono gli Young the Giant, band californiana attiva da poco meno di cinque anni eppure già molto nota proprio grazie al successo dell’omonimo album d’esordio, nel quale sono contenuti i due brani. E’ stato niente meno che Morrissey a incensare il loro debutto sul fansite True to you: “Potrei scoppiare a piangere di felicità per il disco degli Young the Giant. Ha un suono perfetto e la voce di Sameer è potentissima… Una volta ogni trecento anni arriva una band a ridarci fiducia nei confronti della musica nuova”, ha scritto il leader degli Smiths a proposito dei cinque di Irvine.

Il successo raggiunto dal primo lavoro del gruppo guidato da Sameer Gadhia è stato siglato da un tour “sold out” in giro per il mondo, dalla partecipazione a molti festival internazionali, tra i quali l’SXSW e da una fanbase di proporzioni invidiabili per un gruppo di così giovane formazione. E’ uscito lo scorso 20 maggio il secondo lavoro della band, Mind Over Matter e i cinque californiani tornano a esibirsi in Italia per presentarlo: saranno a Ciampino sul palco dell’Orion e a Milano ai Magazzini Generali, rispettivamente il 4 e il 5 giugno. Ilfattoquotidiano.it ha incontrato il chitarrista Eric Cannata e il bassista Payam Doostzadeh.

Come nasce Mind Over Matter?
In questo disco abbiamo cercato di mettere da parte la pressione dovuta all’idea di un grande pubblico che ci stava aspettando: solo quando siamo riusciti a “chiudere fuori” il mondo esterno abbiamo ricominciato a scrivere canzoni liberamente, lasciando sfogare la nostra creatività proprio come fanno i bambini. Ok, non siamo più bambini ma siamo molto giovani (ridono, ndr). Mind Over Matter è un album che ci ha messo alla prova e che racconta come si possa trarre ispirazione proprio dal rimuovere gli ostacoli che si incontrano nel processo creativo.

Su Rolling Stone Usa vi siete definiti “un esempio puro di democrazia al lavoro”. Che significa esattamente?
Quando scriviamo ognuno ha il suo ruolo: arriviamo a quella che sarà la canzone definitiva dopo lunghe discussioni, chiacchierate e sessioni in sala prove, ma nessuno è “sopra” gli altri. Lavoriamo in condizioni paritarie, come crediamo sia giusto in una band.

In rete avete una fanbase considerevole. Credete che il web sia stato fondamentale per raggiungere il successo?
La rete è stata importante per noi, ma non cruciale. Sono stati i live la parte davvero fondamentale: abbiamo cominciato suonando in molti club e festival, prima davanti a pochissime persone che poi, in poco tempo, sono diventate migliaia. Certo, la rete ci ha aiutati a promuovere questi show e i social media come Facebook o Instagram ci permettono di mantenere un rapporto diretto e spontaneo con i nostri fan. Ma non abbiamo raggiunto il successo come è accaduto ad alcune band che, soprattutto qualche anno fa, hanno firmato con grandi etichette solo in virtù del numero di fan su Myspace e senza aver, magari, mai suonato dal vivo.

Spotify e le altre piattaforme per lo streaming musicale: credete che siano una minaccia o un’opportunità per il music business?
Abbiamo un’idea contrastante su questo: è indubbio che queste piattaforme consentano a chi crea e produce musica di raggiungere un pubblico molto ampio attraverso lo streaming gratuito e che stiano rivoluzionando il modo di ascoltare i dischi. Allo stesso tempo crediamo che il sistema vada ripensato in modo da riconoscere il valore del processo creativo: agli artisti spetta, in molti casi, una fetta troppo piccola della torta.

Quali sono i vostri artisti di riferimento?
Beck e Radiohead su tutti. Cerchiamo di ascoltare musica diversa e di trovare spunti che personalizziamo secondo il nostro stile: amiamo l’indie rock ma anche l’elettronica e l’R&B e poi ognuno ha i suoi personali riferimenti. Per me David Bowie è uno dei principali (a parlare è il chitarrista Eric Cannata ma Payam Doostzadeh interviene per citare altri due dischi di riferimento: Parachutes, il primo disco dei Coldplay, che definisce “straordinario” e Room on Fire degli Strokes, “un altro album fantastico”, ndr).

Non è la prima volta che suonate in Italia. Vi capita mai di leggere qualche notizia di attualità a proposito del nostro paese?
Sì. So che Berlusconi (prende la parola il chitarrista Cannata, ndr) non è una persona per bene e che dovrebbe essere in galera ma, per qualche motivo, non è così. Da quel che mi dicono i miei amici italiani, questo paese non sta facendo molto per i giovani: i ragazzi restano a casa con i genitori troppo a lungo perché non riescono a trovare lavoro e perché il costo della vita è esagerato. In una città come Milano, ad esempio, alle volte un affitto costa quanto un ragazzo riesce a malapena a guadagnare in un mese.