Quando ero bambino e guardavo il mappamondo, nell’America del Sud c’era un’enorme area di colore verde uniforme. L’Amazzonia. Il mio mito Walter Bonatti era uno dei pochi che ci si avventuravano, rispettando la diversità di quelle popolazioni indigene che vivevano ancora come gli uomini primitivi mentre lui veniva da uno dei paesi più industrializzati del mondo.

Ma se Bonatti andava in pace molti lo seguirono senza lo stesso rispetto. E l’Amazzonia divenne terra di conquista. In cinquant’anni secondo il WWF un quinto della foresta è stato disboscato. Mentre nel sud-est asiatico la deforestazione è in gran parte causata dalle piantagioni di olio di palma, qui è la soia a farla da padrone. E sempre in funzione della nostra alimentazione, visto che la soia è uno dei principali ingredienti della dieta degli animali da allevamento.

Ma se la soia è una delle principali cause della deforestazione, c’è poi la raccolta del legname, e poi ancora le infrastrutture, soprattutto quelle energetiche. 412 dighe (avete letto bene: quattrocentododici dighe), di cui ben 256 nel solo Brasile.

Una delle più gravi minacce è rappresentata dalla diga Jirau realizzata dalla GDF SUEZ, uno dei principali sponsor dell’appena terminato Giro d’Italia.

Tanta energia perché il Brasile – che dell’Amazzonia possiede il 65% – è uno dei motori dello sviluppo nel mondo, uno dei paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). O forse lo era, se stiamo agli ultimi dati che riportano un PIL che cresce solo di un misero 0,2%. Forse i presidenti “di sinistra” non hanno distrutto a sufficienza? Ora il Brasile punta molto sui mondiali di calcio per un rilancio economico (un po’ come l’Italia con l’EXPO di Milano…), ma forse è una speranza infondata. Nemmeno la popolazione ci crede molto, visto che un brasiliano su due i mondiali neanche li vorrebbe.

Così il suo sviluppo dai piedi d’argilla sta lasciando per strada una foresta sempre più saccheggiata e popolazioni sempre più straniere in terra propria, che proprio approfittando del palcoscenico dei mondiali di calcio cercano di far conoscere al mondo i loro diritti calpestati. Gli indios che non vogliono fare la fine dei pellerossa dell’America del nord, deportati in minuscole riserve.

Sicuro che tutto questo il governo di Brasilia durante i mondiali cercherà di nasconderlo agli occhi del mondo, così come i nostri telecronisti sicuramente non diranno che la prima partita dei Mondiali dell’Italia si giocherà nel nuovissimo stadio di Manaus, che dell’Amazzonia è la capitale. E che la Arena da Amazonia, uno stadio da 40.000 posti costato 250 milioni di euro, è destinato a rimanere inutilizzato. Un’altra minuscola porzione di Amazzonia gettata via.