In un impeto di entusiasmo un esperto giornalista ha scritto questa nota sul ministro degli Esteri italiano in visita negli Stati Uniti: “Federica Mogherini, con la sua vasta rete di contatti internazionali, è considerata l’interfaccia ideale di un rapporto privilegiato fra i democratici d’America e d’Italia” (Paolo Valentino, Il Corriere della Sera, 15 maggio). L’elogio è simpatico ma non descrive un ministro degli Esteri. È la lettera di raccomandazioni per una funzionaria di partito che svolge bene un compito affidatole.   

Se potrà essere utile in seguito il lavoro diligente di questa funzionaria lo decideranno più avanti il decorso dei fatti e la visione e decisione di qualcun altro. Qualcun altro ma chi? Certo non più i ministri degli Esteri. Vi sarete accorti dell’attivismo volonteroso, ma privo di conseguenze, del segretario di Stato americano Kerry in Ucraina. È un politico esperto, competente, già candidato presidenziale. Non importa. Il suo mestiere non esiste più. Come e quando sono scomparsi i ministri degli Esteri? Certo ha a che fare con la politica, che si è accampata, un po’ dovunque nel mondo, purché fuori dalle istituzioni. Si potrà discutere a lungo se sono cominciate prima le spallate dell’opinione pubblica, che, dalla guerra del Vietnam in poi, si è assunta il ruolo di fermare, spingere indietro e negare l’autorità delle istituzioni, o degli operatori di esse. O se invece il misterioso fenomeno della finanza, che si separa dalla economia, il capitale dal lavoro, la decisione e la strategia dall’impresa, e tutto (o gran parte) si sottrae al controllo dei governi.   

Un provveduto ministro degli Esteri era il depositario di strumenti politici e diplomatici che non esistono più. Anche quando agisce con competenza non tocca la realtà, e dunque non la cambia, non può. Si è arrivati, benché si sia finto di prestare poca attenzione, al caso delle guerre che cominciano da sole, più come una gigantesca smagliatura che come una iniziativa militare o politica. È accaduto in Libia, un evento inedito di ingresso e ritiro di truppe occidentali che non risultano nell’albo delle decisioni internazionali né al principio né alla fine. È il caso del Mali, dove l’inizio è cieco, la fine è incerta e nel mezzo ci sono truppe francesi dal ruolo tuttora in discussione (chi ha vinto? chi ha perso? chi controlla?). È il caso della Siria che era cominciata con due parti contrapposte, tutto il governo del dittatore Assad contro tutta la ribellione popolare, e che si è trasformato in contrapposizioni di Stati e Gruppi di Stati (più o meno a guida russa, più o meno a guida americana) che non avevano istruzioni precise e hanno presto abbandonato l’impegno, mentre sia la rivoluzione sia il regime si frantumavano in parti tutte incompatibili fra loro, e la situazione fatalmente espelleva trattative e ministri (vedi la futilità del tentativo di mediazione di Ginevra: fra chi, a opera di chi?).

Possiamo dire che in pochi anni, un mondo di roccia (i grandi blocchi e degli Stati potenti) si sia trasformato in un mondo di sabbia, una volta che tutte le comunicazioni passano nella rete? C’è chi invoca con persuasione religiosa il governo della rete e la democrazia della rete. Non è affatto impossibile, ma, nonostante tentativi accaniti e affermazioni brutali, la democrazia della rete non ha mai potuto funzionare perché non rappresenta ciò che sostiene di rappresentare, la gente vera. Infatti la gente vera non si riduce a messaggi. Dalla rete si leva comunque una immensa polvere di notizie, un ghibli che ci avvolge e ci acceca: sappiamo tutto. Ma poiché sappiamo anche il contrario di tutto, la vasta parte non credente di noi resta presa in mezzo e ferma nel niente. Così i ministri, così i governi.

Direte che mancano parti intermedie che possono ancora funzionare. Oppure che c’è un “molto alto” (la volontà economica che non firma mai le sue decisioni) e un “molto basso” (una specie di continuo “occupy” che arriva sempre un po’ tardi a occupare palazzi d’Inverno già abbandonati ). In ogni caso ci sono dei nuovi protagonisti. Vediamo. Apparentemente ingombrano ancora la scena i vecchi protagonisti, ambasciatori, ministri degli Esteri e capi (di Stato, di governo, di giunta militare, di banda armata, a seconda del tempo e dei luoghi ). Attenzione, però: solo il capo conta, è lui che gioca o viene giocato, usando gli altri, al massimo, come portavoce smentibili. Siamo arrivati all’epoca degli Stati Polifemo, che guardano, giudicano e decidono con un occhio solo, anche perché si è smagliata la implicita e presunta solidarietà con chi guida un Paese di Parlamenti. Rimangono sul campo, e si confrontano, la forza militare, la forza economica, la capacità di dare e ricevere informazioni. Tutte e tre sono diventate forze (prevalentemente) interne, non internazionali.   

La forza militare doma la folla ribelle in casa ma, per il mondo, è troppo forte se la usi tutta, e troppo debole se non è estrema. La forza economica degli Stati non è più politica estera perché confluisce nei mercati ed è segnata da volontà non statuali e non politiche. Le informazioni sono una esondazione di materiale vero e falso che stimola e altera la percezioneditutto. È un sistema che, per ragioni tutte da discutere, funziona meglio quando è distorto e non ha un luogo finale di certezza. Restano tre protagonisti mascherati: i Servizi di una galassia imprecisa. Di essa si identifica il destinatario ma non il mandante e il mandante del mandante; il terrorismo che non ha smesso e non smetterà di agire con una sua ipoteca oscura su tutto, che non esiste in alcun luogo ma può apparire dovunque. La corruzione, che sposta cifre immense e svuota i bilanci degli Stati con totale discrezione sui vertici e i grandi agenti del meccanismo quasi perfetto. Comincia così un mondo nuovo e non proprio rassicurante. Resta da domandarsi se non stiamo imprudentemente fingendo che tutto, invece, sia come prima.

Il Fatto Quotidiano, 1 giugno 2014