Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dopo le notizie delle inchieste che coinvolgono gli ex vertici di Ubi Banca e Carige e il presidente di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli torna a chiedere più poteri. Anche quello di rimuovere i vertici delle banche dal loro incarico quando necessario. Ma non solo. Il governatore – durante le sue Considerazioni finali svolte in occasione dell’assemblea annuale di Palazzo Koch – ha anche toccato vecchi e nuovi nervi scoperti. Come quello della rivalutazione delle quote della banca centrale e dei dividendi distribuiti agli azionisti. Ma anche quello dei rischi legati alle partecipazioni degli istituti di credito nel capitale delle imprese. “Il legame partecipativo non deve distorcere le scelte di affidamento o ritardare l’emersione delle difficoltà dei debitori“, è stato l’ovvio auspicio. Puramente casuale ogni riferimento, per fare solo un esempio, al debito monstre del finanziere franco-polacco Romain Zaleski (la cui holding Tassara ha in pancia quote delle maggiori realtà finanziarie nazionali) nei confronti del sistema bancario italiano. 

Visco vuole l’arma letale già chiesta dopo lo scandalo Mps – Parlando di facoltà e poteri di Via Nazionale, Visco ha sottolineato che “la nostra azione diverrebbe ancora più incisiva con l’attribuzione alla Banca d’Italia del potere di rimuovere – quando necessario e sulla base di fondate evidenze – gli amministratori di una banca dal loro incarico, prevista dalla proposta di recepimento della direttiva europea sui requisiti di capitale”. Il numero uno di Palazzo Kock vuole insomma – ma l’aveva già chiesto a febbraio 2013, dopo lo scoppio dello scandalo Mps – l’“arma letale”, un bisturi ben più incisivo rispetto all’attuale facoltà di chiedere “di rinnovare radicalmente la composizione degli organi amministrativi, di rafforzare la struttura organizzativa e patrimoniale e di elaborare nuovi piani industriali”.

Dalle partecipazioni nascono “rischi da monitorare” – Ma il governatore – nella lunga relazione in cui ha anche sollecitato il governo a proseguire con le riforme perché gli sgravi fiscali da soli non bastano per trainare la ripresa – ha fatto riferimento anche alla questione incandescente delle partecipazioni azionarie incrociate: “Spesso le grandi banche italiane, oltre a erogare credito, detengono quote del capitale delle imprese”. Un dato di fatto da cui scaturiscono rischi che, “al pari di quelli derivanti dai rapporti con controparti strettamente legate alle banche, devono essere saldamente presidiati dagli organi aziendali”. Un po’ troppo ottimistica, probabilmente, la richiesta che tali legami non distorcano le scelte delle banche in merito ai nuovi affidamenti o all’emersione delle relative sofferenze. Oggi i finanziamenti facili agli “amici degli amici” sono talmente corposi che, come emerso da uno studio di Unimpresa su dati della stessa Banca d’Italia, due rate su tre di prestiti non onorati (le sofferenze, appunto, una zavorra che pesa ormai oltre 164 miliardi sul sistema bancario nazionale) sono relative a crediti superiori a 500mila euro e 20,3 miliardi di crediti difficili da recuperare si concentrano su nemmeno 500 soggetti. Di qui l’ennesimo invito a “ridurre la consistenza delle partite deteriorate, al fine di liberare le risorse necessarie per finanziare l’economia”. Già in passato Visco aveva aperto alla possibilità di una bad bank di sistema per gestire una situazione diventata insostenibile. Ora rilancia e apre la strada pure a “aggregazioni” tra banche “fondate su solidi presupposti economici e su logiche di mercato”, che “potranno facilitare i processi di recupero di efficienza”. 

Ma la Vigilanza ha solo un ruolo di prevenzione – Poi l’autodifesa della Vigilanza, spesso accusata di “distrazione” su operazioni che poi si rivelano infelici e vanno a danno dei piccoli azionisti: “La Vigilanza non può e non deve vagliare preventivamente le singole scelte di affidamento, ma stabilisce regole sulle operazioni con parti correlate e ne valuta il rispetto. Le norme mirano a prevenire le possibili distorsioni allocative e a minimizzare i conflitti di interesse e prevedono limiti quantitativi ai rischi, procedure deliberative rafforzate, presidi organizzativi e obblighi di comunicazione all’organo di vigilanza”. Ma l’impegno di Via Nazionale, emerge dalle parole di Visco, è rivolto soprattutto alla prevenzione. “Operiamo per indurre le banche a rafforzare i presidi aziendali, organizzativi e di governo societario al fine di prevenire degenerazioni nei rapporti di credito con la clientela e a correre ai ripari quando queste si siano manifestate”. Sperando che basti. 

La rivalutazione del capitale? “Evita indebiti trasferimenti di ricchezza. Ai soci quest’anno 380 milioni” – Visco è tornato anche sulla discussa rivalutazione del capitale di Bankitalia, che ha appena ottenuto il via libera da parte del Commissario Ue alla concorrenza (non si proseguirà con l’indagine per aiuti di Stato): “Evita indebiti trasferimenti di ricchezza a vantaggio o a danno dei partecipanti”, ha sostenuto, ricordando che “nel precedente assetto, in aggiunta ai dividendi i partecipanti percepivano una somma proporzionale alle riserve statutarie della Banca, destinate ad aumentare indefinitamente nel tempo per l’automatico reinvestimento dei loro frutti e l’accantonamento di parte degli utili annuali”. Nell’eliminare i diritti dei partecipanti sulle riserve statutarie, “le nuove regole hanno sancito che spetta loro il solo dividendo a valere sull’utile netto, fino a un massimo del 6% del capitale, quindi non oltre 450 milioni”. Per questo esercizio, “tenuto conto dei costi di mercato”, la proposta di ripartizione degli utili avanzata da Banca d’Italia ai partecipanti “prevede la corresponsione di un dividendo pari a 380 milioni”, cioè ben 310 in più dei 70 dell’anno prima “e riconosce allo Stato l’importo residuo di 1,9 miliardi che si aggiunge a imposte di competenza per 1,6 miliardi“. Quindi, ha osservato Visco, “importi crescenti nel tempo e senza limiti sono stati sostituiti da dividendi inizialmente più alti ma soggetti a un limite massimo fisso”, 450 milioni appunto.

“Ora le banche vendano quote in eccesso”  – Non solo. “La concentrazione delle partecipazioni in capo ai principali gruppi bancari tendeva ad alimentare la percezione – erronea ma persistente – di possibili ingerenze nell’esercizio delle nostre funzioni istituzionali. La riforma ha ampliato la platea dei potenziali sottoscrittori del capitale, ha posto un tetto del 3 per cento al possesso delle quote e ha previsto misure incisive per promuoverne la redistribuzione così da ricondurle entro quel limite”. Infatti il Dl Imu-Bankitalia, che l’anno scorso ha disposto la rivalutazione del capitale da 156mila euro a 7,5 miliardi, prevede che banche, compagnie di assicurazione e fondi pensione non possano possedere, direttamente o indirettamente, quote superiori al 3%. Chi va oltre – Intesa e Unicredit da sole ne hanno più del 64% – deve cederle. E, ha aggiunto il Governatore, “ci aspettiamo che i partecipanti interessati provvedano in tempi rapidi a eliminare autonomamente le eccedenze”. Come è noto (e la cosa ha suscitato non poche polemiche) la Banca potrà acquistare temporaneamente le quote. Ma, assicura il Governatore, “ci avvarremo di questa facoltà solo se necessario e con modalità tali da non comportare in alcun caso l’assunzione di rischi di perdite”. D’altronde, secondo Visco, “la natura dei diritti associati alla partecipazione è ora definita con certezza: ciò favorisce le negoziazioni, consentendo la trasparente formazione del prezzo. Ci adopereremo per agevolare questo processo”.

Gli “esami” europei e gli effetti sul credito “da vagliare” – Nelle prossime settimane la Banca d’Italia varerà misure per migliorare ulteriormente la situazione di liquidità delle banche e agevolare per tale via la concessione di credito alle piccole e medie imprese”. L’Asset quality review della Bce (che saranno pubblicati a ottobre) e gli stress test sulle principali banche costituiscono un esercizio che “sta già contribuendo al rafforzamento patrimoniale degli intermediari”, anche se “gli effetti sull’offerta di credito nel breve periodo andranno vagliati con attenzione” e “nel medio termine la relazione positiva tra capitalizzazione delle banche e dinamica del credito risulterà rafforzata”.

In amministrazione straordinaria 55 istituti – Le banche, “ora sottoposte a regole e vigilanza comuni, restano da noi il pilastro fondamentale per il finanziamento dell’economia”. “Perché possano continuare ad attrarre capitali e raccogliere liquidità sui mercati, indispensabili per adempiere compiutamente alla loro funzione di intermediazione, ne va rafforzata la governance, garantita l’integrità dei comportamenti, accresciuta la redditività”. Ma, a proposito di redditività, “nel 2013 la Banca d’Italia ha affrontato 11 nuovi casi di intermediari in stato di difficoltà e altri 6 nei primi quattro mesi di quest’anno”. “Dal 2009, 10 intermediari sono stati posti direttamente in liquidazione, 55 in amministrazione straordinaria“, anche se si tratta di istituti di piccola o media dimensione e a esse fa capo circa l’1 per cento dell’attivo totale del sistema”. Circa la metà delle procedure sinora concluse – ricorda Visco – si è risolta con la restituzione dell’intermediario alla gestione ordinaria, anche attraverso operazioni di aggregazione. Sono state garantite la continuità dei servizi alla clientela e la tutela dei depositanti”.