Quale imprenditore costruirebbe un mega hotel in una località in declino turistico e con incerte prospettive di ripresa? Probabilmente nessuno. Eccetto forse se i soldi non fossero suoi. Nel settore dell’energia qualcosa di simile potrebbe accadere davvero: nonostante i consumi gas in calo, tornati ai livelli del 2002, il governo è convinto della necessità di nuove infrastrutture di import. Anche a costo di farle pagare ai consumatori, per un onere che potrebbe raggiungere 350 milioni all’anno o più.

Negli anni 2000, quasi tutte le grandi utility sognavano di costruire un gasdotto o un rigassificatore. Il mercato gas era una miniera d’oro per chi riusciva a entrare: domanda in crescita e prezzi alle stelle, complice il quasi-monopolio Eni. Importazioni indipendenti avrebbero offerto alti margini, ridotto un po’ i prezzi e aumentato la sicurezza delle forniture. Così nell’arco di poco tempo una quindicina di progetti di terminal per gas liquido (Gnl) e una manciata di nuovi tubi si sono accalcati sui tavoli dei ministeri.

Il mondo dopo la crisi è diverso
Dopo il 2008 però è cambiato tutto: la crisi e l’espansione delle fonti rinnovabili hanno fatto crollare i consumi. Un’offerta crescente si è riversata su un mercato che la regolazione aveva reso più dinamico, falcidiando prezzi e margini. Di colpo, costruire un rigassificatore è apparso assai meno attraente, viste le incertezze su come recuperare i costi di un investimento di cui non sembra più esserci bisogno.

Eppure il governo indica tra le priorità energetiche la realizzazione di nuove infrastrutture per l’import, in particolare terminali per navi metaniere. Illustrando in marzo al Senato il programma del suo dicastero, il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi ha evidenziato la necessità di “rimuovere gli ostacoli allo sviluppo della nostra capacità di rigassificazione per beneficiare della rivoluzione dello shale gas” Usa (cioè il gas estratto dalle rocce). Un concetto ribadito al vertice G7 sull’energia di Roma.

Più nei dettagli è entrato il viceministro, Claudio De Vincenti, annunciando l’emanazione a breve di un decreto della presidenza del Consiglio per le infrastrutture “strategiche”, ossia coerenti con la Strategia energetica (SEN) varata nel 2012 dal governo Monti. Opere, ha spiegato, per le quali “si prevederà la possibilità di recupero garantito (anche parziale), dei costi a carico del sistema”, ossia dei consumatori, “anche in caso di non pieno utilizzo”. Un principio che l’Italia è riuscita a far passare nella dichiarazione finale del G7: i costi di opere “necessarie per aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti , e che non possono essere costruite secondo le regole del mercato – vi si legge – potrebbero essere sostenuti attraverso quadri regolatori o attraverso il finanziamento pubblico”.

Le bollette quindi ripagheranno ai proprietari una maggioranza dell’investimento, si parla di circa due terzi, anche a impianto fermo. Il ministero dello Sviluppo ha stimato un extra-onere di circa 150 milioni/anno per un terminal da 8 miliardi di metri cubi all’anno in caso di completo inutilizzo. Nella SEN si giudica necessario almeno un impianto di questa taglia, o due se non sarà realizzato il gasdotto Albania-Italia TAP. Se aggiungiamo il più piccolo OLT di Livorno, già realizzato ma a cui il ministero vuol comunque concedere il meccanismo (stima: 60 milioni all’anno), si sale a 210-360 milioni all’anno.

Ma si potrebbe andare anche oltre: sul numero di impianti da realizzare, Guidi si è limitata a ricordare che attualmente quelli autorizzati sono tre. L’unico da 8 miliardi di metri cubi è Porto Empedocle di Enel, in Sicilia, che potrebbe usarlo per importare Gnl dagli Stati Uniti in base a un recente accordo. Gli altri due sono Gioia Tauro (12 miliardi di metri cubi), in Calabria, il cui principale socio con Iride è la Sorgenia della famiglia De Benedetti – alle prese con ben altri problemi di debito ma che potrebbe vendere ad altri – e Falconara della petrolifera Api, nelle Marche.

Cattedrali nel deserto della bassa domanda
Progetti che in base a una logica di mercato resterebbero nel cassetto ma che con un ritorno garantito per legge, che annulla gran parte del rischio d’impresa, tornano interessanti. La possibilità che restino cattedrali nel deserto è concreta: tra i rigassificatori esistenti, quello di Snam a Panigaglia (La Spezia) è a riposo da oltre un anno per i bassi consumi e perché il mercato spinge il gas naturale liquido in Asia dove il prezzo è più alto. Quello di Rovigo di Edison, Exxon e Qatargas viaggia al minimo consentito dai contratti e nessuno richiede la capacità non prenotata. Sorte toccata anche all’OLT, fermo dalla sua inaugurazione perché nessuna impresa ne ha chiesto i servizi.

È proprio necessario farne pagare di nuovi ai cittadini? “Dobbiamo scommettere che la domanda tornerà a crescere”, ha notato il ministro Guidi dopo il G7. Inoltre, secondo il ministero dello Sviluppo, le infrastrutture serviranno ad aumentare la sicurezza e ad “agganciare” la rivoluzione shale gas americano. Forse. Ma le incognite sono tante.

Attualmente il gas naturale liquido degli Stati Uniti non avrebbe mercato né in Italia né in Europa: troppo alto il prezzo per le depresse quotazioni nostrane. Ed è impossibile prevedere se in futuro potranno mai competere con quelle asiatiche. I consumi nel 2013 si sono attestati a 70 miliardi di metri cubi, sotto il livello del 2002. Un calo almeno in parte strutturale, perché con il boom di eolico e solare la domanda gas delle centrali non tornerà più quella di prima e molte industrie hanno ormai chiuso o delocalizzato. Per il 2023 Snam stima una domanda di 74 miliardi di metri cubi, inferiore a quella del 2003.

Il vero obiettivo (forse) è la Russia
Quanto alla sicurezza, l’attuale capacità di importazione annua supera già del 65 per cento i consumi, il tasso di utilizzo di tubi e rigassificatori è appena il 54 per cento e su base giornaliera la somma tra capacità di import (329 milioni di metri cubi al giorno) e stoccaggi (al massimo 270 milioni di metri cubi) supera il record storico di domanda (465 milioni di metri cubi) anche in caso di stop temporaneo del gas russo.

Certo, altro discorso sarebbe se il governo avesse obiettivi davvero titanici: affrancarsi del tutto da Mosca e da Vladimir Putin per l’energia, ad esempio. O convertire a metano il trasporto nazionale. Allora servirebbero infrastrutture. L’esecutivo però non ha mai annunciato niente di simile. Anzi, proprio mentre vuole ridurre la nostra dipendenza dal gas russo Roma ribadisce il sostegno al gasdotto South Stream. Che pur approdando in Austria anziché in Italia quella dipendenza la rafforzerà. Un bel mix di incertezze e contraddizioni. Troppe, verrebbe da dire, per ipotecare centinaia di milioni dei consumatori.

Da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 21 maggio 2014