Entro il 5 giugno 2014 tutti gli Stati membri dell’Unione Europea dovranno recepire la direttiva 27 del 2012 sull’efficienza energetica: un provvedimento potenzialmente epocale, di cui però, almeno in Italia, parla solo una nicchia di addetti ai lavori. Incredibile? Forse no. La direttiva pone obiettivi precisi in tema di riduzione del fabbisogno energetico e trasparenza del mercato energetico, indica strategie per raggiungerli in tempi definiti (entro il 31 dicembre 2020) e soprattutto sanzioni in caso di inadempienza. L’Italia, ancora una volta, parte in ritardo, al punto da rendere ormai quasi inevitabile la procedura di infrazione. Ci abbiamo messo un anno e mezzo – la direttiva è del 25 ottobre 2012 – per copiare un testo e tradurlo in termini nazionali. E oggi il governo chiede velocità al parlamento. Il 4 aprile scorso il ministro per i Rapporti con il parlamento Maria Elena Boschi, ha trasmesso ai presidenti di Camera e Senato lo schema di decreto legislativo di attuazione della direttiva Ue, senza il parere della conferenza unificata – ancora in attesa di essere convocata – e senza il Piano d’azione dell’efficienza energetica chiesto da Bruxelles entro il 30 aprile scorso. Per adesso le commissioni congiunte di Camera e Senato hanno terminato le audizioni e raccolto le osservazioni. Manca tutta la parte di discussione, rimandata al post-elezioni europee, e e approvazione del decreto. 

Come mai questo ritardo? Le imposizioni europee sono tutt’altro che banali. La direttiva del 2012 introduce l’obbligo da parte di tutti gli Stati Membri di abbattere del 20% i consumi energetici e fissa il dato atteso al 2020 in un “meno 368 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio”, corrispondenti a 4279 terawatt/ora. Il governo Italiano, di questa fetta di risparmio, prende in carico 20 milioni di tonnellate equivalenti a petrolio, ovvero 236,63 terawatt/ora. Un bel taglio ad un mercato che finora ha avuto “mandato collettivo” di crescere, facendo guadagnare principalmente i pochi produttori di energia da fonti non rinnovabili con interventi pubblici quali il controverso sistema del capacity payment. Per capirci: se ogni anno l’Italia consuma circa 300 terawatt/ora, il governo, nel provvedimento di recepimento della direttiva europea, sta stimando di abbatterne in sei anni e mezzo una media di 33,80 terawatt/ora annui: quasi l’intero approvvigionamento dato da Carbone e Lignite (42,5 terawatt/oranel solo 2012, dati del Gestore dei servizi energetici). 

Meno energia e più pulita in tre mosse
Questo taglio straordinario si dovrebbe ottenere con tre mosse descritte dallo schema di decreto legislativo all’esame del parlamento e riassumibili in una formula: “Interventi di efficienza energetica”. Si sfregano le mani e possono guardare ad un futuro di commesse – e, forse, conseguenti assunzioni – le Energy Services Company, gli esperti in Gestione dell’energia e le organizzazioni (tutti certificati): ovvero le tre tipologie di operatori autorizzate ad operare per qualificati progetti di riduzione del consumo energetico e consentire il rilascio da parte del Gse dei “certificati bianchi che nel 2013 hanno portato, da soli, il risparmio di 2,35 milioni di tonnellate equivalenti a petrolio. Principali destinatari, obbligati, del servizio le 3500 grandi imprese italiane con più di 250 addetti che dovranno realizzare “diagnosi energetiche” (audit) ogni 4 anni – se non già certificate – intervenire secondo indicazioni e consentire il monitoraggio dei risultati del risparmio energetico ottenuto all’ente preposto a monitoraggio e coordinamento, ovvero l’Enea. La spesa per ogni impresa è prevista in 4137 euro ogni tre anni, ma ad indorare la pillola ci penseranno le linee di credito del Fondo nazionale per l’efficienza energetica (5 milioni nel 2014 e 25 milioni di euro dal 2015) oltre agli incentivi ed al risparmio ottenuto per aver ridotto la propria spesa per gestione inefficiente della risorsa energetica.

Forte di questi numeri il governo indica che dovremo ai “certificati bianchi” il 60% del risparmio energetico atteso al 31 dicembre 2020. Quasi il 40% proverrà invece da misure di incentivazione come il Conto termico, accessibile per la Pubblica Amministrazione, e le detrazioni, più legate ai privati. La piccola quota restante, su imposizione della direttiva, dovrà venire da progetti di riqualificazione energetica degli immobili della Pubblica amministrazione centrale con una riduzione del 3% dei consumi capace di consentire. Poiché l’efficienza energetica chiama in causa le fonti con minore dispersione, si profila un abbandono abbastanza rapido delle fonti fossili – che disperdono quasi il 50% nel convertire in energia elettrica l’energia termica realizzata dalla combustione delle stesse – a fronte delle fonti rinnovabili (sole, maree, vento, acqua per caduta e geotermia). Quindi meno energia e più pulita. Un cambiamento epocale che viene da lontano, da quel Protocollo di Kyoto datato 1997, con tanto di Fondo da 600 milioni, appena toccato da enti e imprese per le complessità burocratiche di accesso.

Risparmi e posti di lavoro
Secondo il rapporto annuale sull’efficienza energetica dell’Enea il recepimento completo della direttiva sarà una manna dal cielo: “Permetterà un risparmio annuale di 20 miliardi di euro” e livello europeo e “i 24 miliardi stimati come costo annuale di investimento […] saranno più che compensati dai risparmi derivanti da minori costi per investimenti nella produzione e distribuzione dell’energia (6 miliardi l’anno) e per acquisti di combustibile (38 miliardi l’anno)”. Sul fronte occupazionale, sempre l’Enea stima un aumento del Pil dell’Unione Europea pari a 34 miliardi nel 2020, cui associare la creazione di “400mila nuovi posti di lavoro”. Eppure è proprio l’Enea l’ente da cui si attende il Piano d’azione nazionale per l’efficienza energetica che addirittura in un passaggio della Relazione tecnica ad opera del ministero dell’Economia (Ragioneria dello Stato, pagina 6) si cita come già esistente. Ad oggi abbiamo quello del 2011 e i dati consolidati sono fermi al 2012. L’Enea, per voce del responsabile dell’unità Efficienza energetica Nino Di Franco, spiega ci fa sapere che “i dati relativi al 2013 saranno disponibili in via preliminare tramite il rapporto di sintesi che il ministero dello Sviluppo Economico emetterà entro qualche settimana”. Ce la faremo? Speriamo.

Intanto, considerata la complessità della materia, la direttiva 27 del 2012 chiede e ottiene anche nello schema di decreto legislativo italiano che entro il 31 dicembre 2014, “Enea con associazioni di categorie, in particolare Esco e Servizi Energetici, con associazione dei consumatori e con le Regioni” predisponga un “programma triennale di informazione e formazione finalizzato a promuovere e facilitare l’uso efficiente dell’energia”. Ci sarà da studiare ma, forse, anche la gratificazione di un impiego retribuito in un ambito che l’Unione Europea descrive come il “centro della strategia energetica” con cui “affrontare le sfide contemporanee – intese come – dipendenza da importazioni di energia, scarsità di risorse energetiche, necessità di limitare i cambiamenti climatici e superare la crisi economica”. Di questa Unione Europea qualcuno ha parlato in campagna elettorale?