Sono giorni che vado in giro portando appuntata sul bavero della giacca una spilla con su scritto ‘Io voto, elezioni europee, 22/25 maggio 2014’. La spilla, vistosa non per i colori – nero e grigio, allegri come l’Unione della crisi, ma per le dimensioni, m’è finora valsa qualche domanda imbarazzante e molti sguardi tra il commiserevole e l’astioso. E non mi ha molto aiutato a risolvere i miei dubbi, perché le scelte europee paiono essere tante, ma, in Italia, rischiano di ridursi da cinque a due. Ho ancora modo di pensarci, mentre altrove nell’Ue già s’è votato o si sta votando.

Andiamo con ordine. La spilla innesca una domanda che, in realtà, imbarazza chi la fa, non me: “Quali elezioni?, per che cosa si vota?”. Gli sguardi, invece, vengono da euro-scettici: sansepolcristi o dell’ultim’ora, se ne trovano in giro un sacco di questi tempi, in tv o nelle piazze. Anzi, difficile è trovare europeisti che si dichiarino.

Quegli sguardi sottintendono: “Ecco uno che vota per l’euro e il rigore, per l’Europa delle banche e ‘alla tedesca’, per l’eurocrazia e la burocrazia”. Invece di vedere uno che vota per la solidarietà, l’accoglienza, la crescita, il lavoro, anche per l’euro certo. E per la pace e la libertà, che l’integrazione ha consolidato e allargato; magari pure, da giornalista, per il pluralismo dei media, visto che c’è un’Iniziativa dei cittadini in atto che lo promuove a livello europeo.

Fin qui, ho le spalle larghe: un voto in più, anche euro-critico o euro-scettico, rafforzerà l’Unione, ne sono convinto, accrescendo la legittimità democratica del nuovo Parlamento europeo e, quindi, dandogli maggiore peso politico.

Il mio problema è che, in Italia, la scelta fra i candidati alla presidenza della Commissione europea è fortemente limitata: dimezzata, come minimo, o ridotta alla pallida alternativa socialisti-popolari.

Alcuni partiti europei, popolari, socialisti, liberali, verdi, sinistra euro-critica, hanno loro candidati alla presidenza dell’Esecutivo comunitario, che sarà decisa nelle prossime settimane dal ping-pong tra Consiglio europeo e Assemblea di Strasburgo che dovrà tenere conto dei risultati elettorali. Populisti ed euro-scettici non hanno espresso un loro candidato.

Però, chi in Italia sostiene il liberale, Guy Verhofstadt, ex premier belga, federalista convinto, oppure la coppia verde Ska Keller, ecologista tedesca, e José Bové, anti-globalista francese, ha pochissime possibilità di superare la soglia del 4%. E anche la lista ‘L’Altra Europa’, che appoggia Alexis Tsipras, greco, leader di Syriza, faceva fatica a farlo, negli ultimi sondaggi ‘legali’.

Restano i candidati del Ppe Jean-Claude Juncker, appoggiato da Forza Italia, Ncd, Udc, e del Pse Martin Schulz, appoggiato dal Pd: lussemburghese l’uno, tedesco l’altro, due veterani europei. Altro che i tre faccioni ben distinti della campagna italiana, Renzi, Grillo, Berlusconi; qui –se la bussola è il voto utile- di facce ne abbiamo solo due e sono entrambe scolorite.

Nei tre dibattiti in diretta televisiva e anche nel faccia a faccia su una tv tedesca, le loro prestazioni sono state incolori e generiche. Juncker, premier del GranDucato per 18 anni e presidente dell’Eurogruppo per sette, e Schulz, parlamentare europeo da vent’anni e presidente uscente dell’Assemblea di Strasburgo, esprimono posizioni spesso sovrapponibili, annacquano le differenze, smorzano le critiche ai leader dei 28 ed alle Istituzioni dell’Ue. Insomma, fanno melassa e odorano di larghe intese. A Schulz, viene voglia di gridargli l’abusato ‘Di’ una cosa di sinistra’. A Juncker, le cose democristiane vengono naturali, ma un po’ farfugliate.

Io voto. Ma ancora cerco come esprimere un’alternativa –utile- all’assenza di alternative.