Qualche settimana fa, in una lectio all’Università Bocconi di Milano, considerata l’unica fucina dove è forgiata la classe dirigente italiana, l’imprenditore Flavio Briatore suggeriva di non perdere tempo con la “fuffa” delle start up, ma piuttosto di darsi da fare per arrivare rapidamente a battere cassa come si conviene a “chi ce l’ha fatta”.

Il successo si misura in soldi. Solo se fai tanti soldi sei uno di successo. Il come li fai è trascurabile.

Per onor del vero, qualcuno informi l’imprenditore del top (cit. Crozza) che gli start upper non sono sognatori o piccoli geni incompresi asociali e magari brufolosi che chiusi nel garage sotto casa inventano improbabili o inutili app-gadget, ma oggi sono i fondatori, ideatori e sviluppatori di veri e propri colossi dell’economia digitale dai fatturati a molti zeri. O comunque di business online sostenibili che creano nuovi mercati e nuove professioni.

Servizi e business online che in pochi anni hanno cambiato il nostro modo di vivere, di comunicare, di viaggiare, di lavorare e anche di fare impresa, nei Paesi dove è possibile, naturalmente. Hanno cambiato anche il suo mondo: Flavio forse non lo sa, ma quando twitta dal Kenya lo fa grazie a quella che prima era solo un’idea embrionale in cerca d’investitori e di sviluppatori.

Un esempio su tutti è Spotify, start up nata nel 2008 a Stoccolma. Partita con un’offerta gratuita di musica, oggi conta oltre 20 milioni di utenti registrati in tutto il mondo e numerosi inserzionisti, offre servizi premium a pagamento e i dati aziendali sottolineano che in Olanda abbia grattato un bel 10% alla pirateria musicale, che anni addietro decretò la lenta ma inesorabile morte della commercializzazione discografica tradizionale. Un’inversione di tendenza da non trascurare che potrebbe riguardare molti dei settori di cui la tecnologia officia il requiem.

Chiariamo un concetto: non è la tecnologia a uccidere un business offline, quanto piuttosto la drammatica e cronica incapacità di innovare, di cambiare, di adattarsi con successo ai cambiamenti. Il nostro è un Paese dove si resta attaccati con tutte le nostre forze, politica e sindacati in primis, a modelli di business vecchi, superati, poco produttivi (o proprio falliti) e dove si difendono rendite di posizione e piccoli e grandi privilegi di categoria. Tutto ciò che costringe a un ripensamento di strategia, di organizzazione o semplicemente di offerta è vissuto come una minaccia, un pericolo, una perdita di identità e lo si combatte, con ogni mezzo, propaganda compresa. Innovare in Italia è sovversione pura.

Nella città che si prepara ad accogliere Expo 2015 e a mettersi sotto la lente d’osservazione del mondo intero, non paghi delle consuete inchieste per i giri di mazzette, abbiamo assistito nei giorni scorsi all’imbarazzante serrata dei tassisti, con Milano a rischio paralisi, l’ultimo atto di una serie di scioperi, proteste, aggressioni verbali e fisiche ai danni degli utilizzatori e degli ideatori del servizio Uber.

Per chi non la conoscesse, Uber è un’App per prenotare via smartphone un’auto con conducente, utilizzando i sistemi di localizzazione e il pagamento elettronico tramite carta di credito. Un’offerta nuova, diversa e soprattutto molto apprezzata dagli utenti, che in attesa delle mai arrivate liberalizzazioni, può rompere in parte il monopolio di prezzi e di qualità dei servizi dei tassisti. Per adesso l’hanno avuta vinta loro tutto resta com’è sempre stato.

Uber è solo un esempio, che si tratti di quest’app o di un’altra innovazione cambia poco. Anzi non cambia niente. E l’aspetto peggiore di tutto ciò è che, nel tentativo di resistere all’incontrovertibile fine d’interi modelli di business, dalla discografia al turismo, dai servizi bancari all’editoria, l’Italia continua a perdere terreno e a restare immobile.

Nessuno ha il coraggio di scelte impopolari, ma lungimiranti. Piuttosto che “rompere”, cambiando, innovando e introducendo qualcosa di nuovo, che sia un’offerta di servizi o di prodotti, si preferisce perdere l’ennesimo treno. O meglio, aspettare sempre lo stesso taxi.

Ecco il video dell’intervento di Briatore alla Bocconi, dove invita gli studenti ad aprire una pizzeria e a scegliere lavori normali, perché a suo dire le start up sono pura fuffa:

di Marta Coccoluto