“Riportare il garantismo nella cultura del Pd, senza più lasciarlo al centrodestra”. E’ questo il leit motiv che accompagna la candidatura di Giovanni Fiandaca nelle file dei democratici alle prossime elezioni Europee. Una frase concisa ed eloquente, quella regalata ai microfoni di Radio Radicale, ma allo stesso tempo il manifesto di una definitiva mutazione ideologica del Pd sui temi della giustizia e dell’antimafia. Ordinario di Diritto Penale all’Università di Palermo e alla Kore di Enna (ateneo fortissimamente voluto da Mirello Crisafulli in persona), giurista storicamente vicino alle posizioni del centrosinistra, autore di un importante manuale di Diritto Penale scritto con Enzo Musco (avvocato di Mauro Obinu, assolto in primo grado nel processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano), da opinionista del Foglio di Giuliano Ferrara, Fiandaca ha aspramente criticato l’inchiesta sulla Trattativa Stato – mafia, scrivendo sull’argomento anche un saggio a quattro mani con lo storico Salvatore Lupo.

Il professore ha insomma provato a smontare l’inchiesta che è storicamente come l’aglio per i vampiri sia per il centrodestra che per il centrosinistra: imputati, tra gli altri, ci sono politici di entrambi gli schieramenti come Marcello Dell’Utri, Nicola Mancino e Calogero Mannino. Ed era stata sempre l’indagine sulla Trattativa a far esplodere definitivamente i rapporti tra il Pd e la procura di Palermo, trascinata davanti la Consulta dal Quirinale per le quattro telefonate intercettate tra Mancino e Giorgio Napolitano. Una querelle, quella sul Patto Stato – mafia, che non si è arginata neanche in campagna elettorale. “Ingroia dice che io faccio raffinata disinformazione? Se lo ripete lo prendo a calci nel sedere, con affetto parlando. E se, come sembra, il 23 maggio alcuni pm dibatteranno sulla trattativa mettendomi nel mirino a due giorni delle elezioni, stavolta mi rivolgerò al Csm” ha detto il professore in un’intervista a Repubblica.

Sempre la posizione sulla Trattativa è il detonatore che rischia di far definitivamente implodere il Pd in Sicilia, ma anche a Roma. “Questo partito è arrivato a candidare Fiandaca che è il negazionista della Trattativa Stato-Mafia e che vuole l’abolizione del 416 bis: questo partito non può candidare nelle proprie liste chi vuole offuscare la battaglia e il successo di Pio La Torre” ha attaccato il governatore Rosario Crocetta dalla sua Gela, indicando tra i sostenitori del giurista anche Mirello Crisafulli. A stretto giro di posta è arrivata la replica del giurista, accolto nella sua convention elettorale a Palermo dal vice ministro Filippo Bubbico e dal renziano Davide Faraone. “Oggi la memoria di Pio La Torre viene vergognosamente utilizzata da alcuni professionisti dell’antimafia. Non può essere l’antimafia di Crocetta, Lumia, Ingroia e Cardinale quella coerente con l’attuale visione politica del Pd. E ne traggo conferma dalla presa di posizione dei vertici nazionali del Pd, che hanno confermato il sostegno alla mia candidatura” ha detto il professore, dopo che il video con il j’accuse di Crocetta era stato fischiato e contestato dal suo pubblico.

Ma non è solo l’analisi che Fiandaca fa dell’inchiesta sulla Trattativa l’unico elemento che certifica un cambiamento di rotta del Pd sui temi della giustizia. Il professore ha esposto anche pesanti dubbi sul concorso esterno in associazione mafiosa, critica anche questa volta apprezzata trasversalmente dalle forze politiche: non è un mistero infatti che tutti o quasi i governi che si sono susseguiti alla guida del Paese negli ultimi vent’anni avrebbero voluto regolamentare, ridefinire, riformulare il concorso esterno, lo strumento di legge creato con l’intento di colpire le connivenze politico mafiose . “Concorso in mafia, reato vago” titolava il Foglio ospitando l’articolo del giurista, proprio alla vigilia dell’udienza della Cassazione che ha reso definitiva la condanna di Dell’Utri. Con queste premesse, quindi, quella di Fiandaca nel Pd è molto più di una semplice candidatura. “E’ la fine di un tabù lungo vent’anni, quello per cui il centrosinistra non poteva criticare certe scelte della magistratura, pena essere immediatamente assimilati con le tesi della destra e del berlusconismo” esultava l’Unità, dopo che da Fiandaca era arrivato il via libera per correre alle Europee. “Segna la rottura definitiva tra la sinistra e il cotè politico-giornalistico-giudiziario che prospera sulle più indimostrate teorie complottarde applicate a ogni passaggio della storia italiana, mischiando e confondendo verità giudiziarie, anatemi morali e ambizioni politiche” plaudiva invece estasiato il direttore di Europa Stefano Menichini.

L’arrivo di Fiandaca nell’agone politico insomma sembra piacere a tutti: dal centrosinistra che lo ha accolto, fino al centrodestra, con Ferrara che ha prontamente augurato al suo editorialista i migliori in bocca al lupo per la campagna elettorale. Dopo un lungo percorso, cominciato con le aspre critiche di Luciano Violante alla procura di Palermo, la metamorfosi del Pd sui temi della giustizia sembra essersi completata. Non è forse un caso che il nuovo guardasigilli scelto da Matteo Renzi al posto di Nicola Gratteri (su cui pare si sia abbattuto il veto di Napolitano) sia proprio Andrea Orlando, che da responsabile giustizia del Pd si espresse a favore dell’abolizione dell’ergastolo, arrivando anche ad ipotizzare una ridefinizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, con reati da perseguire o ignorare a seconda delle priorità. Anche l’attuale guardasigilli non si fece mancare interventi sul giornale di Ferrara, seppur sotto forma di un’intervista titolata nel 2010 con “Caro Cav, il Pd ti offre giustizia”: particolari da non sottovalutare, dato che, come annunciato dallo stesso Renzi al momento di giurare da premier, entro l’estate sarà varata la nuova riforma della giustizia.

Riforma che beneficerà sicuramente degli spunti forniti dallo stesso Fiandaca, ispiratore della modifica dell’articolo 416 ter, il voto di scambio politico mafioso approvato recentemente in Parlamento, che il pm Nino Di Matteo ha definito come “un’occasione persa”. Qualsiasi angolazione si scelga per analizzare la candidatura del professore palermitano, quindi, sembra apparire netto un repentino allontanamento del Pd dal fronte delle procure a rischio, impegnate nel contrasto ai crimini della borghesia politico mafiosa, verso lidi più concettuali e garantisti. Solo ultimo tassello di un percorso ormai in stato avanzato, che ha visto spedire in soffitta anche la recente stagione dei Ds guidati da Claudio Fava, sostenitori della candidatura di Rita Borsellino alla presidenza della Regione in contrapposizione allo strapotere di Totò Cuffaro. “Spero che il Pd possa recuperare il senso di un garantismo vero” ribadisce invece oggi Fiandaca. Un vessillo irrinunciabile quello del garantismo ad ogni costo, che nella mente del premier Renzi serve forse a guadagnare i voti un tempo appannaggio di Forza Italia e prima ancora della Dc: partiti che però in Sicilia parlavano con le facce di Salvo Lima, di Vito Ciancimino, di Marcello Dell’Utri. Che secondo l’opinione accademica dello stesso Fiandaca, si sarebbe macchiato di un reato vago.

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