Non tutti i festival escono col buco, anni buoni e meno buoni, e a un terzo del Concorso Cannes 67 finora raggiunge l’eccellenza solo con Mr. Turner di Mike Leigh. Meraviglioso di fatto, ma in lizza per la Palma d’Oro c’è un altro film che lo è già nel nome: Le meraviglie. Sì, è italiano, opera seconda di Alice Rohrwacher, classe 1981, Corpo celeste – presentato con successo qui tre anni fa – per lusinghiero biglietto da visita. Qui va oltre, si supera mantenendo fede a se stessa, al desiderio di non appiattirsi sulla realtà – anche la sua autobiografia – ma di amarla, analizzarla e comprenderla a tal punto da poterne fare fiaba, immaginazione al potere.

La declinazione è ancora femminile, la protagonista è Gelsomina (Maria Alexandra Lungu, brava), 12 anni e il ruolo di capofamiglia: altre tre sorelle, cui bada con piglio, una madre (Alba Rohrwacher, sorella di Alice) e un padre, lo straniero Wolfgang (Sam Louwyck). Vivono nel mondo, ma non sono del nostro mondo: il loro è un universo privato fatto di regole autoctone, autarchia strappata alle api, tra alveari e smielatura. Wolfgang è burbero, senza se e senza ma: Gelsomina è l’erede al trono, ma fosse maschio sarebbe meglio. Eppure, lei cancella le differenze di genere: c’è sempre, lavora come un mulo. La crepa del loro microcosmo in bolletta è spettacolare, nel senso di televisivo: un concorso trash sugli Etruschi, dove la famiglia più “genuina” vince un bel premio. A condurre il programma è una fata bianca, Milly Catena (Monica Bel-lucci), che per Gelsomina ha subito un’attenzione speciale: lei vorrebbe partecipare, ma Wolfgang non ci sente, di problemi ne ha già tanti. Il laboratorio del miele è da modernizzare, l’Ue lo impone, e serve manodopera: all’uopo c’è Martin, ragazzo difficile messo in rieducazione forzata dalla Germania. Che ne sarà di Gelsomina, Wolfgang e la loro famiglia? Innanzitutto, che ne sarà del film.

A oggi, e a prescindere, merita un premio: siamo dalle parti di Reality di Garrone, anche qui la chimera televisiva infrange altri sogni, e toglie la parola a chi il nostro mondo lo sente alla fine. La Rohrwacher racconta la resistenza strenua fino all’ottusità di un luogo umano tra tanti non luoghi para-televisivi: la fata è Gelsomina, l’altra ha la parrucca e il sorriso gentile e compiacente della rassegnazione. Il conflitto è sempre quello, realtà contro reality: solo nella prima c’è spazio per l’immaginazione, che sia il diavolo flou del “gemello” Post tenebras lux del messicano Reygadas o lo stupore del fanciullino Gelsomina. E c’è un cammello: chissà che non porti bene come i fenicotteri e la giraffa de La grande bellezza.   

La Rohrwacher continua a rifuggire il manicheismo: le fricchettone (la “ragazza” alla pari della famiglia) hanno i desideri pesanti, i padri spadroneggiano pro bono, la felicità e il fallimento non hanno stacchi di montaggio. Cannes o non Cannes, ecco un’autrice. Accanto a lei, ma fuori dal festival, un autore che si ritrova: Welcome to New York di Abel Ferrara (novità, sarà distribuito in streaming), sullo scandalo Dominique Strauss-Kahn, che il 14 maggio 2011 fu accusato di aver violentato la donna delle pulizie Nafissatou Diallo al Sofitel di Manhattan. Non c’è il suo nome, e nemmeno quello della ex moglie Anne Sinclair (la Simone di Jacqueline Bisset), nel film-scandalo di Ferrara, ma che il George Devereux del terrificante Gerard Depardieu sia un altro non è un’opzione: DSK nella camera del Sofitel ha lasciato la carriera, Ferrara la ritrova, dando all’avidità i suoi fratelli, sesso e potere. Con lo slogan di Welcome to New York tolto di bocca a DSK: “Do you know who I am?”. Diremmo qui, “lei non sa chi sono io”.

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il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2014