Il 18 maggio 1940, durante la seconda tappa di quel mitico Giro d’Italia, mentre il gruppo viaggiava alla volta di Genova (era partito da Torino) lungo tortuose strade di montagne non irresistibili, un cane tagliò improvvisamente la strada a Gino Bartali. Il grande campione lo centrò in pieno, cadde rovinosamente, rimediò una brutta contusione alla gamba. Gino riuscì a rimettersi in sella e a concludere la tappa. Il medico che lo visitò la sera diagnosticò un brutto strappo e gli consigliò di ritirarsi. Bartali non ne volle sapere. Però capì che non avrebbe avuto alcuna speranza di conquistare il suo terzo Giro, dopo quelli del 1936 e del 1937. Veniva da una primavera di fantastici risultati, aveva vinto la Milano-Sanremo e il Giro della Toscana, era il grande favorito: adesso, solo un malconcio ciclista costretto a guardare vincere i rivali. Con molto spirito pragmatico Eberardo Pavesi, il direttore sportivo della Legnano, la squadra di Gino, decise allora di affidare al giovane gregario Fausto Coppi, voluto peraltro dallo stesso Bartali, il compito di lottare per la classifica. Si sa come andò a finire. Coppi, debuttante al Giro, approfittò del vuoto di potere e dominò il suo primo Giro. Bartali fu costretto ad accettare la malasorte. Aveva trascorso tutto l’inverno a prepararsi per il trionfo, ora l’aveva soppiantato il giovanotto che aveva scelto proprio lui. L’audace apprendista aveva colto al volo l’occasione e aveva sfidato il maestro. Visto da un’altra angolatura, il campione leggendario, ferito nel corpo e nell’orgoglio ma pur sempre indomito, l’eroe che aveva conquistato il Tour de France del 1938, aveva favorito il successo del giovane Coppi. Fatto sta che Coppi non rimase alla ruota di Bartali.

Morale della favola: si attacca dopo una caduta, anzi una maxicaduta come quella che ha sconvolto la sesta tappa del Giro d’Italia 2014 che si concludeva all’abbazia di Montecassino? Se lo sono chiesto in molti. La storia del ciclismo insegna che questa è una domanda faziosa. Intanto, quello di Cadel Evans e della maglia rosa Michael Matthews non è stato un attacco ma il proseguimento di un’azione cominciata prima della caduta, con i gregari che stavano davanti a tirare per creare spazi in testa al gruppo ai loro capitani. Il plotone rollava a sessanta all’ora. L’asfalto viscido ha tradito i pur esperti corridori, qualcuno ha frenato troppo e ha provocato lo sconquasso.

La rotonda c’entra poco, nel disastro, se non che ha obbligato a rallentare i “treni” delle varie squadre. Piantiamola con le polemiche e con le critiche a Cadel Evans e a Michael Matthews: la corsa ormai era lanciata…quante volte gli avversari di Eddy Merckx aspettavano che il Cannibale incappasse in qualche problema meccanico per schizzar via e guadagnare secondi? Il “fair play” nel ciclismo non contempla la pietas. La storia del ciclismo è costellata di episodi crudeli, di colpi di fortuna e disavventure drammatiche, talvolta fatali. I corridori lo sanno per primi: sono professionisti della strada.

Un’altra considerazione: il ciclismo si è evoluto. La globalizzazione ha contribuito ad elevare la qualità e ad appiattire i valori. Si fa fatica a fare la differenza su percorsi non molto: con il problema delle nostre strade, sovente in condizioni inadeguate, con asfalti che non drenano, fessure che sbarellano le ruote, buche a malapena tappate con catrame che con l’acqua si sfalda subito, insomma, manutenzioni al risparmio perché le casse comunali sono desolatamente sempre più vuote.

Qualcuno accusa pure la qualità dei materiali. Ma è un falso problema. Semmai è vero che le nuove tecnologie applicate alla bicicletta fanno aumentare esponenzialmente le velocità, sui rettilinei i velocisti raggiungono i 70-80 chilometri all’ora: occorrerebbero sedi più adatte per arrivi convulsi dove sono impegnati allo spasimo più di cento corridori. Come si vede, tutto quadra con la situazione del nostro Paese. Vogliamo la Ferrari ma abbiamo strade per la Cinquecento.

Per la cronaca, la settima tappa da Frosinone a Foligno è stata vinta in volata dal franco-algerino Nacer Bouhanni, già vincitore a Bari. Un caduto pure oggi, lo spagnolo Francisco Ventoso che ha nel nome il destino del suo mestiere: fa da scudo per togliere il vento al gran favorito Nairo Quintana.