In economia non ci sono pasti gratis. Lo sanno tutti e, a maggior ragione, dovrebbero saperlo economisti di fama come il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan. Facciamo un esempio per chiarire questo semplice concetto: oggi lo Stato italiano controlla l’Eni e l’Enel con una quota del capitale che è, rispettivamente, del 30, 3 e del 31, 3 per cento. Secondo le indiscrezioni degli ultimi giorni, il governo Renzi sarebbe deciso a ridurre progressivamente del 10 per cento la partecipazione, portandola in entrambe le società attorno al 20.

Il ragionamento è semplice: i due gruppi dell’energia sono aziende solide (con i loro difetti, soprattutto l’Enel, ma sicuramente robuste), redditizie e ben inserite nei mercati internazionali. Ma sono anche società strategiche, che lo Stato non può affidare al mercato e ai privati, per evitare che i destini energetici del Paese dipendano esclusivamente da logiche di profitto. L’economista ragiona sempre “al margine”, cioè sulle variazioni: ok, vendiamo il 10 per cento di entrambe, tanto il governo continua a comandare anche con il 20 per cento. E se comanda con il 20, comanderà anche con il 19, e quindi con il 18, e con il 17. Tanto se le azioni si vendono al giusto prezzo, che incorpora cioè il valore attualizzato dei dividendi futuri, lo Stato non ci rimette. Con questa logica si arriva all’approccio della golden share: basta che il pubblico mantenga una sola azione (forte di poteri stabiliti per legge) per continuare a influire sull’azienda e tutelare gli interessi nazionali anche avendo privatizzato gran parte del capitale. Non fa una grinza.

Ma il mondo reale non funziona così: all’ultima assemblea degli azionisti dell’Eni, il Tesoro ha provato a introdurre regole più stringenti sulla onorabilità dei top manager (via non solo i condannati ma anche gli imputati per corruzione). L’assemblea ha respinto la modifica dello statuto, perché l’Eni è un’azienda giuridicamente privata anche se a controllo pubblico. Comanda chi ci mette i soldi. Oggi il Tesoro è andato sotto sulle regole, un domani potrebbe trovarsi in minoranza sul nome dell’amministratore delegato, o sulle scelte relative ai dividendi. Morale: vendere il 10 per cento dell’Eni o dell’Enel per lo Stato significa rinunciare al 10 per cento della propria influenza su due aziende cruciali per il Paese. Tutto si può fare, ovvio. Ma non ci vengano a raccontare che sono privatizzazioni (nel senso che le logiche aziendali resteranno le stesse) o che lo Stato resta padrone come prima. Non ci sono pasti gratis.

Twitter @stefanofeltri

Dal Fatto Quotidiano del 14 maggio 2014