È entusiasmante vivere in un posto dove ci sono tante possibilità di scelta. Per cui possiamo decidere di appassionarci indifferentemente alla Spectre di Claudio Scajola o alla simpatica combriccola dell’Expo. Oppure, siccome siamo agili e multitasking, passare da un caso all’altro, mischiare le cose, dilettarci con questa o quella intercettazione alla mattina e passare alle trasferte a Montecarlo al pomeriggio, distrarci alla sera con le cronache delle avventure galanti del ras ligure e magari poi, in caso d’insonnia, passare alle piantine della grande Esposizione: come avrebbe dovuto essere (orti, vie d’acqua, metropolitane) e come sarà (cemento, più che altro).

Se poi ci alziamo presto, possiamo compulsare per colazione il via vai di dirigenti Asl negli uffici di quel tal Frigerio, o commentare con amici e parenti la contabilità delle tangenti nascosta tra la biancheria. O guardare le belle foto della signora Rizzo coniugata Matacena in pose naturalissime, tipo sdraiata sul cofano di una Ferrari. Insomma, non ci si annoia.

Questo fatto che il cittadino sia spettatore non è cosa nuova, intendiamoci. Però, stante le dimensioni dello spettacolo a cui assiste, e per cui paga un biglietto salatissimo, potrebbe accampare qualche diritto, qualche pretesa dalla platea. Eccone alcune.

Gli attori. Uffa. A parte l’avvenente signora di cui sopra, non c’è ricambio nel cast. Vedere lo stesso film di vent’anni fa e pure con gli stessi attori è seccante. Possibile che la produzione non abbia trovato un affarista di sinistra meno attempato del compagno G? Possibile che a tirare le fila ci siano ancora i Grillo, i Frigerio e altre vecchie star dei fotoromanzi dei tempi di Bettino? Su, coraggio, un po’ di volti nuovi! Chi volete che si appassioni a una fiction con attori settantenni che recitano svogliatamente una parte che ripetono da decenni? E la scena del branzino non sarà un po’ lunga? E le delibere in bianco, non saranno un trucchetto narrativo un po’ antico?

La trama. Buona, non c’è che dire. Però è complessa e intrecciata, pure troppo. Ancora una volta il reality sull’Italia non tiene conto dei nuovi media. Perché non usare Facebook? Poter cliccare “Mi piace” su questo o quel passaggio darebbe buone indicazioni agli sceneggiatori. Ad esempio, Scajola che va in bianco perché la bionda fa una tarantolata sull’aereo sì, mi piace (clic). 

Il tutorial. E se qualcuno si perde una puntata? Se uno si ammala e per due giorni non segue la vicenda? Urge supporto elettronico. Per esempio, un bel sito internet con tutto l’archivio Scajola, quel delizioso compendio di vita nazionale sequestrato dagli inquirenti (“Tutti teniamo le bollette pagate in casa”, come ha detto Sallusti in tivù). Bene, tutto online, consultabile, con l’indice dei nomi, atti, gesta, azioni, conversazioni, ricatti, intimidazioni, affari. Cosa che vale, ovviamente, anche per le intercettazioni dell’Expo, i verbali, i menu dei ristoranti in cui si discutevano appalti, nomine e favori. In pratica, un’enorme banca dati che ognuno possa consultare da casa. Basterà digitare “Dubai” per leggerne delle belle. O “mutande” per trovare la contabilità delle tangenti. O “Skype” per sapere come si parlano gli attori in scena quando vogliono evitare il telefono. Si, capisco, servirà un grande spazio fisico per i server, lo stoccaggio dei dati, i cervellone centrale.

Ma avremo un bel padiglione Italia all’Expo, no? Ecco, usiamo quello, ottimizziamo. Per l’esposizione universale non esiste monumento migliore.

Il Fatto Quotidiano, 14 maggio 2014