Ma l’avete visto il buen atroce retiro di Daniele De Santis, detto Gastone, accusato di aver sparato a bruciapelo addosso ai tifosi napoletani, poco prima della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina? Laddove poi il dramma è trascolorato, al solito, in farsa, e in commedia degli equivoci, con la trattativa sì-trattativa no tra lo Stato (le cui massime autorità stavano assise in tribuna Montemario) e un altro gentleman di razza, il reuccio neomelodico della tifoseria partenopea, Genny ‘a Carogna. Un ragazzo napoletano lotta tra la vita e la morte, ma che importa.

Le avete viste le foto del profilo Facebook di Gastone al secolo Daniele De Santis, sotto al nickname lo slogan, mai sentito prima, modernissimo, “Boia chi molla”? Se usciamo subito dall’euro, come vorrebbero tutti i Gastoni italiani, poi che facciamo, abroghiamo il Daspo, introduciamo il culto alternativo mariano di Marine Le Pen e tatuiamo tutti i nostri bambini al momento del battesimo?

Daniele Gastone De Sanctis, ultrà di estrema destra, come capita spesso in Italia, se ne sta tutto gagliardo al centro della scena, generalissimo nel suo minuscolo palcoscenico privato che ora è divenuto emblematicamente pubblico.

Lui lo chiama il suo bunker. Alla sinistra di Gastone, massiccio, molto ben nutrito, pizzetto vichingo (e trattiene a stento, soffrendone, un bel saluto romano), troneggia una bandiera con la croce celtica su sfondo rosso. Sempiterno vessillo novecentesco della militanza destrorsa extreme. E i sempiterni vessilli d’ordinanza, è noto, non si spiegano, non si capiscono, si adottano. Sieg Heil! (Ma in uno scatto successivo Daniele-Gastone, in total look blue-dark, che tanto sfina, e con un inservibile basco alla sarda calato in testa, come se un Serse Cosmi folk d’annata avesse appena ricevuto la cartolina-precetto… finalmente libera il saluto romano! Me nel farlo serra il pugno. Ne esce fuori un inaudito neologismo gestuale politico, il pugno chiuso alla romana).

E a chi rimanda quel ritratto, un po’ angoscioso, che campeggia alle sue spalle? Elementare, si fa per dire: a Mikis Mantakas, un attivista greco del Fuan (Fronte universitario d’azione nazionale) morto a Roma nel 1975 durante scontri di piazza.

Chiedereste mai informazioni fuorvianti, fareste mai la supercazzola a Gastone, dicendogli magari che Vittorini e Fenoglio, Pier Paolo Pasolini e i Pink Floyd son cento volte meglio di Ozzy Osbourne e D’Annunzio, Alessandro Pavolini ed Ezra Pound? Lui vi confuterebbe da par suo.

Sempre dalle foto del profilo Facebook di Daniele De Santis alias Gastone. Momenti “felici”. Scorgiamo il tridente bianco, altra immaginetta sacra dell’ultradestra, e a caratteri cubitali la scritta “Il nostro giorno verrà”, frase proferita, pare, da Bobby Sands, l’attivista dell’Ira morto per uno sciopero della fame in carcere nel ’81.

Ecco Gastone sempre pronto all’azione alla guida, sigaro cubano in bocca, di una jeep militare vagamente demodé. Eccolo accovacciato, cuor di leone in fondo in fondo imbottito di panna, mentre accarezza due cani enormi.

In un’altra foto tenta di divincolarsi, adipe al vento, dall’assalto a ventosa dei celerini. Data la stazza Gastone capitola subito. E non può nemmeno sfoderare la sua amata pistola. La polizia è armata, ben più di lui.

Fuori campo restano tante altre cose: i campi paramilitari all’italiana, i golpe all’italiana, i colonnelli all’italiana; quel che resta dei film poliziotteschi e della mistica del giustiziere fai-da-te; l’odio viscerale verso il diverso, e una passione malcelata per il conformismo; le iniziazioni alla “fede politica” consumate dentro squallide cantine o in superattici abusivi di periferia; le ronde e le bevute e le scazzottate e le amatriciane e le cinghiate del sabato sera.

Ci resta intanto un grappolo di selfie tragici e comici insieme, istantanea esplosiva implosa dei nostri tempi, spesso così asociali, benché social.

Dalla caverna di Platone al bunker di Daniele De Santis in arte Gastone, il passo è stato lungo. Lunghissimo. Mortifero. Mortale.