E’ venuto prima l’uovo o la gallina? Di certo in questo caso l’uovo. Nel 2004 è entrata in vigore in tutta Europa la normativa sull’etichettatura obbligatoria delle uova secondo il metodo di produzione. Per legge, tutte le uova in guscio devono essere identificate tramite un codice corrispondente al sistema di allevamento, secondo quattro categorie. Al codice 0 stampato sul guscio (prima cifra a sinistra) corrisponde l’allevamento biologico, al codice 1 l’allevamento all’aperto, al 2 l’allevamento a terra e al 3 l’allevamento in gabbia. La dicitura deve essere anche riportata sulla confezione. Si tratta di formulazioni semplici, che però forniscono al consumatore gli elementi essenziali per capire come è vissuta la gallina che ha prodotto quell’uovo.

Un fondamentale atto di trasparenza, che, come c’era da aspettarsi, ha avuto un effetto significativo nello spostamento dei consumi verso uova di galline non allevate in gabbia. I consumatori hanno infatti potuto collegare la dicitura “in gabbia” ai giganteschi capannoni dove centinaia di migliaia di galline vengono tenute rinchiuse in gabbie così piccole da non poter nemmeno aprire le ali. Si è quindi formato un movimento di opinione contro questo sistema di allevamento tanto crudele, grazie al quale il concetto di cage-free opposto a quello di “in gabbia” ha assunto una connotazione positiva tra i consumatori. Questo, insieme ad altri fattori, ha portato importanti aziende alimentari, anche in Italia, alla decisione di escludere le uova di batteria dai propri assortimenti a favore di quelle da sistemi alternativi.

Il caso delle uova ha dunque confermato che quando i consumatori sono informati su quale sistema sia stato utilizzato per produrre il loro cibo, molti di loro scelgono prodotti più rispettosi del benessere animale. 

Tuttavia, purtroppo le uova sono rimaste l’unico prodotto di origine animale etichettato obbligatoriamente secondo il metodo di produzione. Carne e prodotti lattiero-caseari sono rimasti esenti da questo obbligo e così i consumatori vagano nel buio. Non per loro colpa a dire il vero. Molto spesso la pubblicità di prodotti realizzati con metodi intensivi utilizza immagini idilliche di animali pascolanti su prati verdi, a cui si aggiungono nomi seducenti quali “fattoria felice”. Per non parlare del significato positivo assegnato a “prodotto nazionale”, nel nostro caso “italiano”. Da un punto di vista di benessere animale, questo non significa assolutamente nulla, dal momento che la maggior parte degli animali in Italia sono allevati intensivamente.

Ora, di etichette si è parlato spesso ultimamente e sono molte le voci che si sono levate a chiedere l’etichettatura di origine obbligatoria delle carni. Ben venga. Ma, dico io, perché non chiedere anche quella secondo il metodo di produzione? Con denominazioni brevi e semplici: intensivo, estensivo al coperto, all’aperto, biologico.

La verità è che affinché il nostro sistema alimentare sia veramente onesto, c’è bisogno di un’etichettatura veritiera e trasparente dei prodotti alimentari, che non può prescindere da riportare il sistema di allevamento sui prodotti di origine animale. S’intende, uno può anche dire che vuole mangiare prodotti intensivi e fregarsene del trattamento degli animali- suo diritto, dal momento che la legge consente i sistemi intensivi. Ma quello che non va bene è che non vi sia nè trasparenza riguardo al metodo di produzione, nè la possibilità di compiere una scelta informata da parte del consumatore. Di cosa si ha paura? Che la dicitura “intensivo” sulla maggior parte di carne e latticini orienti le preferenze dei consumatori verso altri tipi di prodotti?

CIWF sta conducendo da diverso tempo una campagna per chiedere un’etichettatura europea obbligatoria secondo il metodo di produzione per tutti i prodotti di origine animale venduti nella UE.

Il primo passo è sicuramente quello di applicare questo tipo di etichettatura alla carne di pollame. Infatti, poiché di quest’ultima vi è già una normativa europea che disciplina l’etichettatura volontaria, basterebbe un semplice cambiamento della legge esistente, trasformando tal etichettatura da volontaria in obbligatoria.

Chi ha il potere di fare ciò è la Commissione Europea. Ma prima bisogna convincere gli Stati Membri che questa è la strada da seguire. Per questo, come CIWF Italia, abbiamo lanciato su Change.org una petizione, rivolta al Ministro dell’Agricoltura italiano e ai suoi colleghi europei, che invito a firmare. Se l’etichettatura obbligatoria passerà, tutta la carne di pollame venduta in Europa riporterà in etichetta il sistema usato per allevare questi animali, compreso quello intensivo.

Pensiamo alla situazione in Italia, dove ogni anno quasi mezzo miliardo di polli sono allevati intensivamente. A prescindere dal biologico, i cui numeri sono ancora marginali, vi sono, è vero, alcuni prodotti più rispettosi che recano etichette volontarie sul metodo di allevamento: pensiamo ai polli “allevati all’aperto” e a quelli “con maggior spazio in allevamento, luce naturale e arricchimenti ambientali”(e questi prodotti sono assolutamente da scegliere rispetto a quelli intensivi). Tuttavia, la stragrande maggioranza del pollo venduto non riporta nulla in etichetta riguardo al metodo di produzione. Quindi, di fatto, non se ne sa nulla in termine di benessere animale.

Animali allevati al chiuso, a densità così alte da potersi a stento muovere (fino a 23 polli al m2), senza luce naturale e senza nessun materiale di arricchimento: questo sarà l’inequivocabile messaggio che l’etichetta “intensivo” comunicherà ai consumatori, che potranno sì scegliere di comprare quel prodotto, ma, questa volta, con cognizione di causa. Forse, alcuni sceglieranno di rivolgersi a prodotti più rispettosi del benessere degli animali.

Onestà e trasparenza in etichetta quindi. Non chiediamo la luna! E stiamo attenti: perché se questi requisiti, onestà e trasparenza, non sono garantiti ai consumatori, alla fine, i veri “polli” siamo noi.